— Arcani caratteri sono incisi su questa pietra, o figliuola, e d'alta virtù l'hanno dotata gli Dei. Essa custodisce dai pericoli ed esalta chi la possiede. Io non l'ebbi che tardi! Ma non mi esalta, non mi giova ella forse, poichè tu l'avrai nell'uscire di qui, e la sentenza della tua vita non è ancora impressa nelle tavole del destino? In te io rivivo, o Semiram; in te, che io amai, come se tu fossi carne della mia carne e sangue del mio sangue. Tu abbila cara, custodiscila gelosamente; essa ti recherà ventura in ogni cosa che imprenderai; donna d'umile stato, ti renderà felice nelle pareti domestiche; salita ad alte fortune, ti guarderà dai rovesci, ti conserverà ciò che avrai per essa acquistato. —

Nè la promessa era stata fallace. Non lieta ne' suoi affetti, Semiramide avea pure ottenuto quanto a creatura mortale è dato di conseguire, nella prosperità delle imprese e nella altezza del grado. Il talismano si chiariva acconcio alle grandi ambizioni. E ad esso ascriveva la regina il suo continuo inoltrarsi di trionfo in trionfo, la felice intrapresa di Bakdi, il diadema regale, la gloria, i popoli vinti o raccolti sotto il suo scettro potente. Tutto, come signora di genti, erale andato a seconda; quel talismano l'aveva preservata nei pericoli, esaltata nelle prosperità, sottratta quasi alla legge delle umane vicende.

Però, in ogni impresa a cui s'accingesse, soleva la regina portare la negra gemma sospesa al collo, incastonata nel mezzo ad un monile di perle. E quel talismano le venne mostrato dal sogno. — Gittalo in mare! — le bisbigliava una voce arcana. — Tornino le perle alle conchiglie natali; torni la pietra a confondersi coi negri sassolini del fondo. Tu pure tornerai donna in tutto simile all'altre. Forse la sorte, che ti fece avventurosa sul trono, si muterà; ma per fermo avrai fatto felice il tuo cuore. Essere ogni cosa non è dato ai mortali; o il regno, o il tuo diletto; o la possanza o l'amore. —

Ed ella non esitava pure un istante. Toltosi il monile dal collo, con pronta mano lo gittava nei flutti. Con quelle perle s'inabissava ne' gorghi la sua fortuna ed ella, sereno il ciglio, l'avea veduta perire.

Ecco, ad un tratto, tremava sui cardini, si sfasciava il suo fortissimo impero. — Regina, — diceva un nunzio, accorrendo ansioso con occhi smarriti, — il re di Mesraim vien meno alla fede giurata e aduna le sue schiere contro di te. — Regina, — soggiungeva un secondo, ancora lordo di sudore e di polvere, — i popoli del lontano occidente hanno occupate le tue isole, distrutte le tue colonie; già scendono alle spiaggie di Martu, donde finora imperasti felice sui mari. — Regina, il tuo regno è caduto; — gridava un terzo piangendo; — I Medi e i Persi, ribellati, calano dalle montagne; il tuo popolo, il tuo popolo fedele, si è collegato coll'inimico e gli ha dischiuso le porte. —

Frattanto, negli oscuri penetrali del suo pensiero, un'ombra cresceva, si condensava, assumeva umane parvenze. Avea volto a lei noto quel sinistro fantasma; eppure in quella negra barba, in quella fronte spaziosa, in quegli occhi profondi, ella non sapea più discernere il ricordato sembiante. Ma poco lunge, seduto sul trono di Nemrod, il figliuol suo, l'amato suo Ninia, regnava, e una gran luce di contentezza era diffusa sul volto adolescente; ma Ara, il diletto del cuor suo, non posava già più sul triste giaciglio; ma una rosea nube li accoglieva ambedue, li alzava da terra, li portava con soavissimo impulso per le vie dello spazio. Candide colombe, volate infino a loro dal recinto sacro a Militta, guidavano la rosea conca perlata, su cui riposavano essi, l'uno nelle braccia dell'altro.

— Oh, quanto io t'amo! — le susurrava egli, baciandole il viso e colle dita errabonde accarezzando le sue morbide chiome. — Odiai la regina, ma amo, ho sempre amata la donna. Atossa, mia divina Atossa, perdonami; sorridimi, o diletta; io son tuo. —

Un senso d'inusitata dolcezza le corse per tutte le fibre, a quelle soavi parole. Ella era felice, intensamente felice, com'era stata un'ora sola in sua vita.

Si svegliò in quel mezzo, e per le ciglia semichiuse le apparvero i primi chiarori dell'alba, che tingeano d'azzurro le nevose vette di Urarti. Ahimè! la povera Semiram, dal vaporoso reame dei sogni, faceva ritorno alle orride asprezze della vita. Ma ancora nell'aria le parea di sentire la fragranza ineffabile di quel bacio, e un ultimo soffio di quella voce carezzevole che le ripeteva: Atossa, io ti amo; son tuo.

Sorse dal letto e fe' chiamare alla sua presenza il capo dei Casdim. L'indovino fu pronto a comparirle dinanzi.