— Possente regina, vivi in perpetuo. Che posso io fare, che ti sia grato?
— Il re d'Armenia?... — dimandò ella con ansia.
— Riposa. La sua notte fu calma, più ch'io non credessi. Siamo oggi al punto fatale....
— E speri? — incalzò Semiramide, figgendo gli occhi suoi scrutatori in quelli del Casdim.
— Negli Dei è ogni nostra fidanza; — rispose egli, chinando la fronte. — Ho sognato poc'anzi che essi lo serbavano in vita, perchè tu avessi liberamente a disporne, o regina.
Semiramide lo guardò stupefatta.
— Hai sognato! — esclamò. — E credi nei sogni?
— Sono gli Dei che li mandano; — disse, con accento di sicurezza l'indovino; — però sta scritto: «Dai sogni infausti, o re del cielo, difendici; o re della terra, difendici!» A noi recano le notturne visioni gli spiriti, che si muovono per voler degli Dei nel profondo de' cieli e della terra; a noi le recano, perchè in esse leggiamo gli eccelsi avvertimenti. Non ci consente la vita della carne di sollevarci agli Dei; soltanto nella notte, quando l'anima s'è disgiunta dal corpo, ci è dato di comunicare con essi.
— Eccelsi avvertimenti! — ripetè Semiramide. — Sta bene; io li ho per tali, e obbedisco. —
S'avvicinò, così dicendo, a uno stipo che contenea le sue gemme; ne tolse il monile di perle, contemplò il talismano, lo baciò e si mosse verso il verone, che dava sulle acque.