— Regina, neppur essi lo sanno, e vedono in ciò un prodigio dei Numi. —

Semiramide non aggiunse altre dimande. Il suo voto era stato esaudito.

— O Astarte, madre mia, perdonami! — mormorò ella tra sè. — Ho gittato il tuo dono; ma egli è salvo, il crudele! Non avresti tu fatto il medesimo, se l'ignoto re del tuo cuore avesse aspettato da te la vita, o la morte? —

Si volse allora per congedare il servo fedele. Ma in quel mezzo uno scriba dell'esercito chiedeva licenza di entrare al cospetto della regina. Fu subitamente introdotto.

— Possente signora, — disse lo scriba prostrandosi a terra, — il novero dei prigioni, giusta il tuo comandamento, fu fatto. Tra i pochi che furono colti insieme col re d'Armenia, uno ve n'ha che disertò le tue schiere dal campo di Assur. Egli è un Indiano, e l'hanno riconosciuto parecchi; nè egli, or ora interrogato, lo nega.

— Faleg conosce i miei voleri; — disse brevemente la regina; — tratti in servitù i prigionieri aicàni; a morte i disertori.

— Egli è l'unico disertore, e innanzi di soggiacere alla sua pena, chiede di esser condotto a te. Qual fede meriti il suo dire, non so; ma egli giura di possedere alti segreti e di non poterli svelare che alla regina degli Accad. —

Il cuore le si strinse a quell'annunzio dello scriba. Sinistro presagio! Il getto del talismano portava già forse le sue conseguenze fatali?

Stette così per pochi istanti silenziosa, pensando, chiedendo a sè stessa che mai volesse dirle quell'uomo. Forse era un codardo, che non sapeva morire, e mendicava un pretesto per prolungar la sua vita. Ma no! Disertore, colto coll'armi in pugno, al fianco di Ara, forse diceva il vero, alti segreti chiudeva in cuor suo. Ma quali, che non risguardassero il re d'Armenia, fors'anco la sua fuga da Babilonia e gli alteri dinieghi che lo avevano condotto, lui e il suo regno, a così misera fine?

— Venga, — esclamò la regina: — lo aspetto. —