CAPITOLO XIX. Gli arcani della triade.

Poco stante, condotto dallo scriba, entrò nella camera della regina il vecchio Sumàti, stretto i polsi dietro alle terga da catene di ferro. Chinò egli il capo davanti a Semiramide; indi rimase immobile, in attesa d'essere interrogato da lei, triste, ma fermo, nell'abbronzato sembiante.

— Chi sei tu? — dimandò la regina, a cui quel volto non ricordava nulla di noto.

— Un indiano; — rispose il prigione. — Mi chiamo Sumàti. Discepolo di Manù, ho consumata la mia giovinezza sui Veda, santissime pagine dettate da lui per la salvezza degli uomini.

— Com'eri tu nelle mie schiere?

— Fui fatto prigione sull'Indo, mentre io davo alla patria mia, al buon re Staprobate, l'aiuto che per me si poteva, il mio braccio e quello dell'unico figliuol mio, contro le tue armi invaditrici. Vissi un anno in Babilonia; da ultimo, intimata da te la guerra agli Armeni, mi giovai della presenza de' miei fratelli di patria nel tuo numerosissimo esercito; viaggiai coi custodi degli elefanti, e giunto con esso loro fino al campo di Assur.

— E di là, perchè hai tu disertato, riparando in mezzo ai nemici?

— È il mio segreto; — rispose gravemente Sumàti; — ed io tel dirò. Ma tu mi giurerai, innanzi tutto, o regina, che il re d'Armenia avrà salva la vita. Tristi voci corrono nel tuo campo; — continuò il vecchio, senza por mente agli atti di Semiramide, cui tanto ardimento aveva compresa di stupore e di sdegno; — si dice che tu pensi farlo morire di crudelissima morte e che per ciò solo i tuoi Casdim si travagliano a risanarlo della sua grave ferita.... —

Semiramide si contenne a stento.

— E se tal fosse l'animo mio? — domandò ella con piglio superbo.