Rimasero soli nella camera, ella e Sumàti.

— Parla! — gridò Semiramide allora, muovendosi ansiosa verso di lui. — Per gli Dei che il popolo delle quattro favelle ama ed onora; per l'acqua dell'Oceano, donde emerse Oanne, il pesce dio, ad insegnare la sapienza ai mortali; per tutto ciò che splende nello spazio azzurro; pei sacri elementi delle cose create; per gli spiriti eccelsi, che presiedono alle stagioni; pei divini serpenti; che più? pel capo di Ninia, lo giuro; il re d'Armenia vivrà, nè gli sarà torto un capello. Se io fossi così malvagia donna da venir meno al mio giuramento, Anu, il regnatore de' cieli, non sorregga più il fianco della mia regia autorità; non m'illumini più la mente inferma il veggente occhio di Nebo; Militta Zarpanit non ascolti più le mie preci. Ecco, io pongo la mia mano su te, in pegno della mia fede; ma parla, in nome del tuo Dio, dimmi tutto quello che sai.

— Grazie, regina! — rispose prontamente Sumàti. — Ora il mio supplizio incomincia; e il tuo, povera donna, non sarà meno acerbo, pur troppo! Odimi; tu sei tradita. Tu vivi sicura, trionfi in Armavir, e Babilonia da sette giorni s'è ribellata, già maledice il tuo regno.

— Ah, per gli Dei! — proruppe Semiramide accesa in volto di sdegno. — La tua lingua ha mentito.

— Tu non avevi ancora levate le tende dal piano di Assur, quando scoppiò la rivolta: — proseguì umilmente quell'altro. — Non hai tu veduto, per gli alti silenzi della notte, i fuochi che ardeano sui colli, da Assur fino al paese di Nahiri? Per lungo ordine seguivano essi, fino alle alture di Sippara. L'un dopo l'altro accesi, essi davano a me il rapido annunzio, che forse ti giungerà fra alcuni giorni pe' tuoi corrieri; se pure ei non saranno arrestati per via. In tal guisa avvertito, uscii dal tuo campo, corsi alle tende aicàne....

— Ma tu? — interruppe la regina, balzando indietro per alta meraviglia e terrore, mentre venìa guatandolo con occhi smarriti. — Chi sei tu, a cui giungono per tal via, e premono tanto, così gravi novelle?

— Io te l'ho detto, o regina; un Indiano, un vecchio interprete dei santissimi Veda. Non hai tu tentato, o Semiramide, di sottomettere la diletta mia terra, di spingere il tuo cocchio regale fino entro le mura della sacra Ayodìa e di assoggettare i nostri Dei a quelli della stirpe di Cus? Dominare su quante son terre dalle isole del mar occidente infino alle inesplorate rive del Gange, far tuo il mondo, gittarlo in pascolo ai desiderii immani del popolo delle quattro favelle, era questo il tuo sogno. Orbene, mostruoso era il disegno, e bisognava sgominarlo, anzi che tutti imprigionasse nelle insidiose sue fila. Tre uomini si congiurarono contro di te; tre uomini soli, ma ognuno d'essi era legione, era popolo, moltitudine immensa. Uno di questi tre uomini t'è innanzi, umile e dappoco per sè, ma grande, ma forte, per ciò che egli metteva in moto, a tuo danno, i sospetti, gli sdegni e le vendette dell'India. Contro di te sorse un altro, Manete, della nazione di Mesraim, che la tua potenza minacciava, e che già i figli del deserto, obbedienti al tuo cenno, hanno tentato d'invadere. E venne un giorno che questi due collegati s'abbatterono in un odio, più feroce a gran pezza e più profondo del loro, rinvigorito da tutte le sorde collere che il rancore, la gelosia, l'amaro struggimento dei patiti dispregi, possono addensare nel cuore d'un uomo. Si congiunsero a lui; la Triade era formata; avea un braccio possente e sicuro, per ferire i suoi colpi.

— Quest'odio avrà un nome! — ruggì Semiramide. — Il suo nome io ti chiedo.

— E il cuore non te l'ha egli mai detto, o regina? Quel senso delicato che soccorre alla più debole ed alla più leggiadra delle creature di Brama, non t'ha egli avvertito che chiudevi nella tua reggia un serpente? Sei donna, ed ignori che amore negletto si cangia in odio mortale, siccome inacidisce, se obliato in disparte, il soave liquor della palma?

— Zerduste! — esclamò la regina, a cui un lampo di tarda luce balenò nella mente. — Ma potevo io darmi pensiero dell'amor suo? Chi può avvedersi di ciò che non cura? Ero io donna così volgare, da gittare il mio tempo in questi vani compiacimenti del mio sesso? Di donna ebbi il corpo, non l'anima. Zerduste, adunque? Zerduste ha nome quest'odio?