— Non li temo! — disse a lei di rimando Sumàti. — Mi sono dannato a morte io medesimo; che puoi tu farmi di peggio? Ben più feroci, più acerbi, ne infligge a questo mio cuore il rimorso. Ma io ho la tua fede, o Semiramide! Tu non incrudelirai nel sangue innocente, e il vecchio Sumàti morrà forse perdonato del turpe inganno, in cui cadde il più prode, il più nobile, il più generoso degli uomini. Tutto ancora non ti è noto, o regina.
— Ah! — gridò Semiramide, alla cui mente si affacciava un atroce sospetto. — E che altro rimane, per cui debba velarsi il casto raggio di Sin? Parla, o vecchio; dovessi io pure concederti, per tua maggiore vergogna, la vita! Non mi nasconder nulla, sai? Son grande ancora e possente per te; ogni parola che tu dirai ti frutterà un tesoro, se io mi appongo al vero, se il mio cuore presago ha indovinato di che ti resta a parlare.
— Sì; — disse il vecchio, a cui tanta veemenza d'affetto inaspriva i rimorsi nell'anima, — sì, o regina, il tuo cuore ha precorso la mia confessione. Ella sarà piena ed intera. Ma tu non mi darai in premio tesori nè mi farai grazia altrimenti della vita. Non mi dire il contrario! Alla mia età, gli occhi della mente vedono lunge, assai lunge, e il pensiero, ammaestrato dalla triste esperienza, non si pasce di vane speranze. Ma ecco, io ti ragiono di me, laddove di un altro mi chiede, di un altro, quell'ansia mortale che ti scolora la faccia. Sì, sventurata! Un giovine di regio sangue, di cuor generoso e di sovrumana bellezza, era venuto alle mura di Babilu. La Triade, che spiava ogni passo, ogni moto d'una donna tanto odiata quant'era bella e possente, lo incontrò sulla sua via, lo circuì, lo strinse, insieme con quella donna, ne' suoi lacci invisibili. Ella si credeva sicura laggiù, ignota ad ogni altro, siccome a lui; ma orecchi tesi e sguardi acuti vigilavano nelle tenebre. Ella per fermo non s'attendeva agli ingiuriosi sospetti ond'egli flagellava la sua dignità mentre implorava l'amor suo e le giurava eterna costanza; nemmeno pensava colei che il dubbio sarebbe da altri sfruttato, e l'amore suo prepotente fatto arma terribile contro di lei. Nostro il garzone, ella era nostra del pari. Fu compro coll'oro, vinto, ammaliato dalle lusinghe d'una facil bellezza, il più fedele, il più caro de' suoi compagni, e quanto occorreva ad ordire il più nero degli inganni, si seppe. È orribile, tu dici? A noi parve giustissima guerra, e tale forse mi parrebbe ancor oggi, se oggi io non amassi quell'uomo, quel fidente eroe, che, uscito a mala pena dalle ebbrezze d'un regio convito, fu dalla voce d'un estinto chiamato a profondi misteri nelle viscere della terra. La Triade sapeva evocare le ombre dei trapassati.
— Evocar l'ombre!... — ripetè Semiramide, con ironico accento.
— Credi almeno, — ripigliò il prigioniero, — ch'ella sapesse mentirne l'aspetto e la voce. Chiamato da magiche cifre, scese il garzone per una segreta apertura, dischiusa nella sua camera.... La camera dei leoni alati, o regina! Essa era delle antiche e più care ai re di Babilonia, innanzi che la tua magnificenza, allargando la reggia, vi edificasse una più sontuosa dimora. Il tuo gran maggiordomo, ora al fianco di Ninia, ne conosceva i segreti. Egli assegnò quella camera al biondo ospite Armeno; nè fu opera del caso, o innocente consiglio.
— Prosegui! — incalzò la regina. — E laggiù, nei sotterraneo?...
— Parlò, o credette parlar coll'estinto. I suoi felici amori con quella donna; indi il cuore mutato di lei, da ultimo la barbara morte in un abisso dischiuso a' suoi piedi, tutto narrò partitamente il fantasma, e fu facilmente creduto. Possono i morti mentire? E quello era Sandi, il suo Sandi, l'amico della sua fanciullezza, non ombra vana, creata dal sogno. Se egli ancora avesse potuto dubitarne, le livide labbra del morto, che si posarono sulla sua fronte, avrebbero dissipato quel dubbio. E credette, l'incauto, e giurò; giurò che sarebbe fuggito da quella donna, non l'avrebbe veduta più mai, avrebbe patito la morte, anzi che un altro bacio dell'impudica, che allettava e uccideva gli amanti. Sopito da filtri, come da filtri era stato indotto in ebbrezza, affinchè i suoi sensi medesimi aiutassero dove più manchevoli appariano gl'inganni, fu trasportato per la via sotterranea (da te scavata, o regina) al suo alloggiamento di Nivitti Bel. Colà, per sollecita cura del servo infedele, erano già sellati i cavalli e i cavalieri in arcione.
— Ah scelleraggine inaudita! Il negro abisso v'ha rigettati, o malvagi? Gli spiriti delle tenebre si vergognarono dunque di voi? Anima incauta, che hai fede nel bene, che il male ignori, o disprezzi, che solo metti ad eccelse cose tua mira, ecco, ciò si trama intorno a te nel silenzio; il livido serpe striscia nel buio a' tuoi piedi, ti schizza la sua immonda bava sulle candide vesti. E non avvedermi dell'insidia! E non sentirmi alle nari il lezzo della vostra presenza! Ah, tu l'hai detto, o vecchio; il tuo pensiero non può nutrirsi oramai di vane speranze; di mille morti sei degno. E senti rimorso, tu? Merita il tuo spirito impuro questa rugiada de' cieli? —
Così parlò Semiramide, sopraffatta dall'ira, e fiamme le usciano dagli occhi.
— Io t'odiavo: — le rispose freddamente Sumàti; — nè t'amo oggi, nè, pure volendo, il potrei. La tua grandezza, o regina, è minaccia perenne alla libertà del mio popolo, il più antico, il più illustre che sia comparso mai sulla terra. Nemici siamo; tu forte troppo; noi deboli. Alla forza risponda dunque l'astuzia. Ogni arma è buona, purchè ferisca il nemico. Di che ti lagni, tu, cui la fortuna concesse le parti del leone? Noi dunque i serpenti, e nelle nostre spire morrà soffocata la progenie di Cus. Ella deve sparire dal mondo, questa orgogliosa schiatta di feroci Titani. Saranno i Medi dapprima; sian pure più tardi gli Assura, i Persi, e quanti altri, soverchiato l'antecessore, s'argomenteranno di esercitare l'impero a lor volta; essi tutti cadranno e la tua Babilonia dovrà tutti inghiottirli. Io non ho mai letto così chiaramente nelle tavole del futuro, come in questo momento. Son sacro alla morte e mi attende l'altissimo oblìo, la confusione dello spirito nella increata sostanza di Brama. Accolga egli il mio rimorso; imperocchè, io lo confesso, l'opera mia sorpassò la misura, ferì a morte il più nobile cuore. Io lo vidi, quel generoso, là, solo, perduto nell'orrore infinito de' tuoi sotterranei, tra ignoti pericoli, formidabili apparizioni, bagliori sinistri e voci di morte, imperterrito, sereno ed altero come Crisna, il divino figliuolo della vergine di Madura. Così era prode, così animoso nelle armi, Naroda, l'unico figlio, che i tuoi soldati m'hanno ucciso sull'Indo. Il suo dolore mi vinse, e lo amai. Voleva spegnerlo Zerduste, mentre egli era fuori dei sensi, e lo avrebbe fatto, se io non lo avessi impedito; lo avrebbe fatto, tanta era la sua gelosa rabbia, ma avrebbe in tal guisa distrutto l'opera sua faticosa, rinunziando al trionfo del comune disegno. Da quel giorno Zerduste ebbe odio contro di me, com'io contro lui, soltanto la necessità ci tenne sulla medesima via. Ed ora ogni cosa t'è chiara. Regina, tu sei perduta; Ninia regna e Zerduste trionfa. Checchè tu faccia, o tenti, l'impero è distrutto. I Medi, e l'altre nazioni del sole oriente, non tarderanno a separarsi da te; Mesraim scuoterà il giogo della paura; i popoli di Martu, le città marinare e le isole del sole occidente ripiglieranno la loro libertà. Lo intento della Triade è raggiunto; a te, minacciosa signora delle genti, più nulla rimane. Felice ancora, se ti basterà di regnare nel cuore di lui, che un oscuro prigioniero, un vecchio condannato, ti rende. Egli t'ama, o Semiram. Nella pugna che il destino ha suscitato tra voi, egli, generoso, si elesse la sconfitta e la morte. Egli t'ama! Poteva colpirti de' suoi dardi, e non ne ebbe la forza; bensì l'ebbe per rattenere il braccio degli altri, già pronti a toglier la mira. Egli t'ama, o Semiram; t'ama pur sempre, d'un amor disperato. Sgombra da' suoi occhi l'errore, tutto parte a parte fagli noto l'inganno che Zerduste ha tessuto nell'ombra, ed egli cadrà pentito a' tuoi piedi.