Babilonia si rasserenò come per incanto, dopo che gli araldi ebbero bandita quella sospensione d'arme, altrettanto gradita, quanto era inattesa. Gli animi, riaperti alla speranza, intravvidero la pace imminente. A che si sarebbe fatta la tregua, se non fosse parso ai combattenti di poter giungere ad utili accordi? Del resto, l'esser chiamati in mezzo gli anziani della città, quasi arbitri dei litigio, affidava il popolo che in un modo o nell'altro, per la madre o pel figlio, gli sarebbe restituita la calma.

In sull'ora del tramonto, schiuse le porte di Barsipa, scesero i grandi e i sacerdoti in Babilonia. Sulle orme loro si affrettarono molti altri, che pure non dovevano andare alla reggia, guerrieri e cittadini, a cui premeva di vedere i congiunti o gli amici. Nè Faleg si oppose a questo lor desiderio. Così, largheggiando di generosità e di clemenza, volea Semiramide. Non erano che un solo i due popoli; soltanto le sorti della guerra intestina li avean separati; tornassero quelli di prima, finchè durava la tregua.

La mattina del giorno seguente, che fu il ventesimonono di Tana, gli anziani di Babilu, condotti da Abdenago, i capi della rivolta, e i maggiori tra i Casdim, guidati dal saccanàco, ascendevano alla reggia, ed erano introdotti nella sala di Nemrod, al cospetto della regina.

Semiramide era seduta sul trono, pallida in volto, ma tranquilla, in atteggiamento regale. Immobili ai suoi fianchi stavano i flabelliferi, con alti ventagli di penne, i melofori coll'armi in pugno e i portatori di scettro, interpreti e ministri de' suoi alti comandi. Faleg e i capi dell'esercito erano in attesa, raccolti ai piedi del trono.

Zerduste non era tra i nuovi venuti. O fosse riguardo per sè, o atto di meditata cortesia verso la regina, egli non avea posto piede là dentro; ma bene erasi aperto cogli altri, ed essi indettati con lui, d'ogni cosa che avessero a dire. Il saccanàco, per giusto riserbo della sua dignità, non voleva dal canto suo esser primo ad ossequiar Semiramide. Però l'ufficio di parlare in nome di tutti era commesso al capo degli anziani, che difatti fu il primo ad inoltrarsi a' piedi del trono.

— Potente signora, — disse Abdenago inchinandosi a mezzo, — vivi in perpetuo!

— E a te ed a chi viene con te, — rispose la regina, — dian lume di savio consiglio i celesti. Io vo' che posi la guerra, e, perdonati i ribelli, allontanati gli estrani, sia riverita la mia autorità dal popolo delle quattro favelle. Ora, che pensate voi dell'offerta? I disegni della mia clemenza son questi. Amo meglio vengano essi incontro a voi, in sembianza di doni amorevoli, anzi che paiano concessioni lungamente patteggiate, e quasi strappate alla resistenza d'un animo acerbo. Madre io mi tengo del popolo, come lo sono di Ninia. La mia fede vi è nota. Schietto ed aperto ditemi dunque l'animo vostro. —

Abdenago si fece innanzi d'un passo, e postasi la manca sul petto e stesa la destra in alto, come per aggiungere solennità al suo discorso, parlò:

— Regina, non ti dispiaccia il mio dire. Pel mio labbro ti parlano gli ordini tutti della città, i rifuggiti in Barsipa, il venerato collegio dei Casdim. Il popolo delle quattro favelle è per cagion tua sventurato. Sempre, dacchè lo raccolse in questa pianura e gli diè legge il fortissimo Nemrod, questo popolo fu governato da re, scesi tutti da una medesima stirpe. Per la prima volta l'ebbe in sua balìa una donna, e quella tu fosti. La tenera età di Ninia, la tua gloria, la tua fortuna, persuasero di lasciarti lo scettro, che soltanto a destre virili era concesso impugnare....

— Io lo tenni per virtù mia, non l'ebbi in grazia a voi! — interruppe la regina.