— E sia; — disse di rimando Abdenago; — noi dunque a forza obbedienti, non già condiscendenti alla tua autorità per nostra elezione. Regnasti sola e felice undici anni; la fortuna arrise alle tue armi, fino a quel giorno che, condotto il tuo esercito sulle rive dell'Indo lontano, il Signor delle sorti volse la sua faccia da te, e tu non campasti che colla fuga da una certissima morte. —

Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Semiramide.

— Trasvolate assai presto undici anni di gloria! — diss'ella con piglio sarcastico. — Vi giova altresì dimenticare che questa felicità, questa grandezza, di cui rimpiangete la perdita, voi, prima e vera cagione del vostro medesimo danno, sono opere mie. Chi ha fatto l'impero? Chi ha esaltato i sommi Dei di Babilu al cospetto delle vinte nazioni? Prima che io fossi, io, avventuriera d'Ascalona, siccome taluno di voi oltraggiosamente mi chiama, nessuno degli Accad aveva ancora veduto un tratto di mare. Io quattro ne vidi, e sulle rive trionfate posi i confini della mia, della vostra possanza. Chi ha soggettato al nome dei figli di Cus tutto il paese di Martu, dalle arene di Mesraim fino alle spiaggie di Rifat, con entro città popolose e fiorenti di traffichi, e Chittim, e Caftor e tutte l'altre isole belle che si specchiano nel mare del sole occidente? Bene le terre dei Medi attrassero il cupido sguardo dei vostri re, da Nemrod a Nino; ma chi venne a capo della resistenza di Bakdi, della città che sovrasta con l'alta bandiera su tutta la contrada del sole oriente, dal Caspio, in cui l'Oxo si versa, infino all'Eritreo, dove l'Indo mette le numerose sue foci? Chi stese il regno alla terra degli aromi e dell'oro, che siede felice in mezzo a tre mari? e le prede di tante guerre, i tributi di tanti popoli soggiogati, chiusi io forse per me, o gittai nelle feste? Non mutai, dov'era bisogno, il corso de' fiumi? Non murai cittadelle? Non apersi vie spaziose, ov'erano dapprima boscaglie, dirupi e libere orme di fiere? Io strinsi d'argini poderosi l'Eufrate ed il Tigri; io riedificai la città, cingendola di saldissime mura e di fosso profondo; io innalzai questa reggia, splendor della terra; io que' templi, grata dimora ai celesti. Quale dei vostri barbari re, sia egli pure Nemrod, il terribile cacciatore di popoli, o Nino, mio sposo, giunse a tanto di gloria? E a me si ardisce dar cagione delle sventure di Babilu? Dinanzi a me si ardisce rimpiangere la mano d'un re? —

Un mormorio d'approvazione era corso per le file dei cortigiani e dei capi dell'esercito, molti de' quali aveano partecipato ai pericoli e alla gloria di tante nobilissime imprese. Gli stessi cittadini di Babilonia, e parecchi dei grandi rifuggiti in Barsipa, avevano sentito come un'aura della passata grandezza aleggiare sulle loro cervici e curvarle ad atto di riverenza e d'ossequio. Ma Abdenago, nella cui mente aveva stillato le sue sapienti perfidie il principe di Bakdi, non si era dato per vinto:

— E sia ancora; — ripigliò il capo degli anziani, — sia sempre come tu dici, o regina. Tante mirabili cose hai operato, o, per dire più veramente, hanno operato per tua mano gli Dei protettori di Babilu. Ma perchè, a mezzo il corso de' tuoi benefizi, hai tu voluto arrestarti e distruggerne i frutti? Perchè tu, fondatrice dell'impero, facendo contro a te stessa, ti sei consigliata di mandarlo a rovina? Questa recente guerra contro la maledetta Armenia, per qual ragione fu impresa? —

E Abdenago, uscendo in questa dimanda, si piantò arditamente dinanzi al trono, guardando la regina con aria di sfida. Parlavano pel suo labbro i lutti numerosi che quella guerra aveva arrecati a Babilonia, e gli cresceano l'audacia. Fremettero i convenuti nella sala di Nemrod, quali di memore sdegno, quali di corruccio per la temeraria domanda; ma gli uni e gli altri, ben sapendo che là era il nodo di quell'aspra contesa, stettero muti ed intenti ad aspettare la risposta di Semiramide. Essa fu breve.

— Non vi ho mai detto perchè imprendessi le altre; — disse alteramente la regina; — non vi dirò dunque le cagioni di questa. Ben voglio sia ricordato da voi che l'Armenia era soggetta a tributo e che, d'improvviso, scossa la nostra autorità, offeso dai figli d'Aìco la maestà del trono degli Accad, occorreva domarne con pronta guerra l'orgoglio. Un grande impero siccome il nostro non può viver sicuro, con audaci e turbolenti nemici alle spalle.

— Così non dice la fama! — replicò prontamente l'anziano.

— La fama! — esclamò Semiramide. — La fama! — ripetè con ironico accento. — E che si fa dire a questa compiacente ministra dell'invidia, del maltalento e della stoltezza del volgo?

— Che fu un capriccio di donna; — rispose Abdenago, senza fermarsi a raddrizzare la frase. — Condonami, o regina, le ruvide ma schiette parole. Siam qui per farti udire la voce del vero, non piaggerie di servi ossequenti e paurosi. Questa guerra è costata tesori. Per essa, settanta miriadi d'armati furono raccolte in Assur; tutte le più valide braccia tolte alle case loro e all'operosa pace dei campi. Ma che dico dei tesori profusi, quando è il sangue sparso che grida vendetta? Duecento migliaia di combattenti lasciarono la vita ne' preziosi monti d'Armenia, nelle infami strette di Ajotzor! Tu vincevi, o regina; trionfavi del riluttante Armeno e godevi in cuor tuo; ma tu non eri già nella desolata terra del Sennaar, confusa tra le orbate famiglie di Babilu, per lunghe e terribili ore immobile sulla riva dell'Eufrate, a contemplare i cadaveri tratti nell'onde vorticose del fiume natìo! Il fiore e il nerbo della nostra schiatta miseramente perduto; i diecimila cavalieri di Belo, onore e forza della progenie di Nemrod, mietuti dall'orrida morte; e perchè? Guerra utile era forse cotesta? O necessaria almeno? Che non la facesti tu prima? Che non ne rimovesti i danni con previdente consiglio? Ma inutile era, inutile e dannosa pel popolo di Kiprat Arbat; utile soltanto a' tuoi corrucci, profittevole alle tue regali vendette!...