— E non erano esse le vostre? — interruppe Semiramide. — Lasciamo le perfidie che s'ascondono nelle tue parole, o Abdenago; la regina le ha udite, e ti basti. Di tante morti mi duole; a me prima e più fortemente è doluto che a voi. Ma la sorte delle battaglie è cotesta; nè la vittoria fruttifica, senza che il campo sia innaffiato di sangue. Molti guerrieri, e de' migliori, perirono, in tutte le guerre che hanno fatto grande e poderoso l'impero; molti più ancora in disutili imprese, e non già di donna corrucciata, ma d'uomini forti e prudenti, di re animosi e feroci, che voi oggi a mio scorno esaltate. E nessuno si dolse allora, nessuno impugnò l'armi della ribellione, quando il fortissimo Nemrod, in quelle medesime strette di Ajotzor, famose, o Abdenago, famose finchè duri memoria negli umani intelletti, lasciò la vita, la gloria dei passati trionfi e non una parte de' suoi, ma tutta la schiera de' valorosi Titani. E voi sventurati per me! Voi sollevati contro la mia autorità, per alto rammarico delle vite mietute! Sii più cauto, o Abdenago, nel far tuo pro di un lutto comune. In Ajotzor si combatteva il sesto giorno di Tana, e voi già apertamente ribelli dal terzo, mentre io mi disponevo a levare le tende dal campo di Assur.
— È vero; — balbettò confuso l'anziano. — Ma infine, e non era egli agevole di prevedere quella immensa rovina? Tu stessa hai ricordato il figlio di Misdraim. Sì, l'impresa del forte Titano contro le case di Thogarma fallì; vita e gloria vi perdette ed esercito. E tu, non ammaestrata dall'esempio, hai voluto ritentare la prova, far contro all'espresso voler degli Dei. Vincesti, ma la tua vittoria fu scherzo amarissimo di Nisroc; per la tua vittoria, per la tua contentezza, è Babilonia, è tutta la terra di Sennaar immersa nel lutto. A che contenderemmo di giorni? L'impero è scosso ne' suoi cardini; questo è il danno più grave, e dimanda le cure sollecite dei savi che consigliano i principi. Nè mancano essi a Ninia, al regio adolescente, che il popolo volle e che i sacerdoti consacrarono re sulla gente degli Accad. Figlio di Nino e tuo, non dee parerti un usurpatore del regno.
— Figlio di Nino e di Semiramide, aspetti dunque l'ora del suo destino! — gridò Faleg, che già più non poteva frenarsi. — Male s'argomenta di ottenere obbedienza dal popolo, chi primo si ribella all'autorità della sua genitrice e regina.
— Savio parli; — rispose Abdenago, scosso da quelle ferme parole e più ancora dai segni di assentimento che esse avevano destato tra i capi dell'esercito e tra parecchi de' suoi medesimi compagni. — Ma Ninia dovrà pure un giorno impugnare lo scettro de' suoi maggiori. Egli regna oramai; a che scemargli la maestà del nome, avvilirlo al cospetto delle genti, richiudendolo di bel nuovo nell'ombra gelosa del suo umile stato? Ricordi Babilonia, ricordino i Casdim, ricordi l'esercito (poichè tutti qui raunati non siamo che una famiglia, il popolo delle quattro favelle) essere a noi necessario di premunirci contro un più grave pericolo. Bene avrei desiderato tacerlo, ma infine....
— Parla — gridò Semiramide. — Molto hai già detto, e che altro oramai può farti nodo alla lingua?
— Orbene, sì, parlerò! — soggiunse Abdenago, che astutamente avea meditata la sua reticenza. — Corrono voci strane e paurose tra il popolo. Non sono forse caduti, in un sol giorno di pugna, tutti i nobili rampolli della progenie di Nemrod? Balsam, il capo dei bianchi cavalieri di Belo, Balsam, il terzo nato di Arbel, che fu padre al gran Nino, tuo sposo; Ninip, ultimo del sangue di Bab, che fu il secondo figlio di Nemrod; e Samas Iva, del sangue di Cael, e Misdrac, Ioreb, Dudaimo, balda giovinezza e decoro del vecchio ceppo di Cus, non sono essi tutti, dal primo all'ultimo, rapiti per sempre all'amore e alle speranze degli Accad? Per contro, non hai tu condotto alla reggia l'Armeno, con ogni più sollecita cura campato da morte, prigioniero in apparenza, ma perdonato in cuor tuo? Che dovrà pensare il popolo di Babilonia? che argomentare da ciò? Regina, io nol negherò, chè sarebbe vano e non degno di noi; le tue gesta furono e rimarranno gloria imperitura di Kiprat Arbat. Gioventù, bellezza, ardimento ti arridono, e molto ancora ti sarà dato operare. Ma il popolo, di cui t'è necessaria l'obbedienza e l'affetto, chiede certezza del futuro, vuol essere raffidato da te. Qual cosa vogliano i rifuggiti in Barsipa non so; parlino i loro inviati qui raccolti con noi. In nome del popolo di Babilonia ti parlo io, in nome di questo popolo che ha veduto perire in un giorno la progenie dei re, e che teme non si preparino per avventura le vie del trono ad una stirpe nuova, e quel che peggio sarebbe, di sangue straniero. —
Le vampe del rossore e dell'ira salirono alle guance di Semiramide. Il colpo era tratto alla donna e la feriva nel cuore. Cionondimeno, l'accusa di Abdenago appariva così stolta, che ella riavutasi tosto, anzichè prorompere in accento di sdegno, sorrise di compassione.
— Dimenticate che Ninia vive? — diss'ella.
— Sì, vive, — ripigliò Abdenago, crollando mestamente il capo, — ma per prodigio dei Numi. Ier l'altro, nella sua coppa d'oro gli fu ministrato un veleno. Zerduste lo trattenne, che egli già stava per accostarlo alle labbra. Il coppiere, costretto a bere invece del re, cadde fulminato a' suoi piedi.
— Ah! e che vorresti tu dire? — gridò Semiramide, che durava fatica ad intenderlo. — Forse che io.... Orribile pensiero! Una madre!... E siete voi cittadini di Babilu, voi che lo avete creduto? Ma andate da colui, dal re vostro, correte, e questo ditegli in nome di sua madre, che ella può disprezzarlo, ma ucciderlo.... ucciderlo! oh, anzi che ciò potesse balenarle alla mente, ella avrebbe lacerato col suo ferro il maledetto fianco che lo ha partorito.