— Infame calunnia scaturita dal negro abisso! — tuonò Faleg a sua volta, pallido dalla rabbia troppo a lungo repressa. — E il vostro Zerduste, l'astuto consigliero d'ogni più vil tradimento, non può egli avervi mentito? Che è mai una nuova menzogna, un nuovo inganno per lui? Che è mai la vita di un umil servo babilonese, per l'uomo straniero che non ha dubitato di mandare a rovina la patria nostra e che s'argomenta oggi di salvarla con l'aiuto dei Medi? D'ogni peggiore artifizio è capace costui! Non lo temo io, lo sdegno dei tristi; soldato sono, e so che dovunque è battaglia; son figlio di questa terra, e l'ho per nemico de' miei fratelli di sangue. Badate, o cittadini; egli inganna voi, come inganna il suo regio discepolo, e tardi vi accorgerete del danno, quando i Medi, ora sudditi vostri, vi staranno padroni sul collo. Badate, o Casdim; egli vi ha ravviluppati nei suoi lacci insidiosi, abbatterà i vostri altari, purificherà le vostre rozze idolatrie, com'egli superbamente le chiama, nel fuoco de' suoi sacrifici. —
Le concitate parole del guerriero turbarono profondamente gli astanti.
— Che dici tu? — gridò il saccanàco. — Potrebbero gli Dei esser caduti in inganno?
— Noi — incalzò Faleg sollecito. — Eglino infatti vi parlano pel mio umile labbro e vi consigliano a diffidare di Zerduste. Egli vi tradirà, o venerandi, vi tradirà, come ha tradito la donna che incauta per soverchio di generosità lo ha innalzato, lui principe di una vinta contrada, ai primi onori del regno. La prova? mi direte voi, la prova? e non l'avete voi, nella istessa mostruosità del delitto che egli appone alla regina? Può forse una madre, e una madre che abbia nome Semiramide, compresa della sua grandezza regale, sacra alla immortalità delle opere sue, macchiarsi di parricidio? Lo credano i perversi, nel cui negro animo gli spiriti malvagi vanno soffiando il loro alito immondo, non io, non voi, cittadini di Babilu, memori ancora delle nobili imprese della vostra regina, nè così dissennati da imputare a lei gli errori del caso. E a voi forse parrebbe meno evidente ciò che a me, non straniero a voi, ma fratel vostro di sangue e non meno di voi sollecito della patria comune, appar manifesto, luminoso, come il raggio di Sam? Io ne attesto gli Dei, Nergal, il corrusco signore delle battaglie, Nebo, il veggente custode del vero, Auv, il regnatore de' cieli; e possano le loro destre onnipossenti fulminarmi sul punto, se io vi dico menzogna. La madre che Zerduste accusa, si ritenne dallo assalire incontanente le mura di Barsipa, che non sono già di bronzo, come voi pensate, o ribelli; si ritenne, dico, dallo incenerirvi nel vostro ultimo covo, per tema di arrecar morte allo stolto adolescente, che crede di regnare su voi, perchè ha ferito il cuor di sua madre. Orvia, cittadini di Babilu, e voi ministri dei santissimi Numi, tornate in voi medesimi, non perseverate nella via dell'errore, su cui vi ha trascinato il malveggente di Bakdi. Io non aggiungerò le minaccie, poichè la regina non n'ha profferite. Vi dirò solo che l'esercito farà il debito suo, e, rotti finalmente gl'indugi, non darà tregua, o quartiere.
— No, nulla! nulla! Sarà fuoco e sterminio! — gridarono i capi dell'esercito, facendo eco terribile alle parole di Faleg. — Possente signora, le nostre spade son tue! —
Un gesto di Semiramide ringraziò quei valorosi; un suo accento, uno sguardo, un raggio di contentezza ineffabile, aveva già ringraziato il buon Faleg delle sue generose parole.
Negli animi dei ribelli erasi infiltrata una grande incertezza. Sentivano di non aver buone ragioni da opporre, e quel nobile ardore incominciava a soggiogarli. Più di tutti già vacillavano ne' primi propositi gli anziani della città, dalle cui risoluzioni pendevano oramai le sorti della grande contesa. Ma il vecchio Abdenago, cui rafforzavano i consigli di Zerduste e la stessa sua condizione di orator dei ribelli faceva ostinato, fu pronto a ravviare i compagni.
— Intendo, — diss'egli, — e non so darvi biasimo di questo nobile ardore. Egli è giusto che, se dal colloquio nostro non deriva alcun frutto, la lotta ripigli più accanita che mai. Ma egli è da por mente altresì, e tu già non ne dubiti, o clemente signora, che la vittoria arriverà a quella tra le due parti che abbia il popolo babilonese per sè. Io vo' concedere, — e così dicendo la voce di Abdenago s'era fatta più umile, carezzevole quasi, — che Babilu, messa al punto di scegliere a quale delle due parti accostarsi, non dimenticherebbe i dolci vincoli dell'antica obbedienza e la grandezza dei tuoi benefizi. Questa città non t'odia, checchè sia avvenuto; ma ella vuol quiete, per medicare le sue acerbe ferite; vuol sicurezza del futuro, quella sicurezza, che un giorno la condusse a scorgere in te, sebbene straniera, la degna continuatrice dei fasti della casa di Nemrod; quella sicurezza che il triste eccidio di Ajotzor e un più recente spettacolo d'ingiustizia, hanno miseramente distrutta. Ella dunque ti tornerà fedele, onorerà i tuoi comandi, sorreggerà il fianco della tua autorità regale, a patto che i suoi timori siano dissipati e l'ombre de' suoi morti non siano offese più oltre dalla incolumità di quell'uomo, che cagionò tanti lutti alla terra di Sennaar. A noi testè il valoroso Faleg minacciò la pena dei nostri trascorsi; nè delle minaccie gli anziani si dolgono; essi che accetteranno umilmente, dal voler degli Dei, premio o castigo, secondo che i celesti arridano, o si mostrino avversi, alle armi di Ninia. Ma tu, o regina, se giusta sei col tuo popolo, se non odii la casa di Nemrod, se onori gli Dei che noi tutti adoriamo, devi con atti aperti e sinceri, mostrarti degna del patrocinio celeste....
— Al fine! al fine! — gridò Semiramide impaziente.
— Ci vengo: — ripigliò Abdenago. — Sia uguale la tua misura per tutti. Cada, per tuo comando, colui che fu cagione del danno. Sconti il malka delle montagne la pena della sua funesta ribellione. Sia dato al patibolo dinanzi alle porte della tua reggia, cosicchè dalle due rive dell'Eufrate il popolo delle quattro favelle lo veda espiare il suo tradimento e le lagrime che ci costa; e lo sdegno del popolo sarà placato allora (ma bada, allora soltanto) da un atto di solenne, quantunque tarda, giustizia.