— E quello degli Dei sarà placato del pari! — soggiunse il saccanàco, levando in atto di giuramento la destra.
— Si, muoia l'Armeno, e tornerai la regina degli Accad! — incalzarono i grandi del regno. — Giustizia per tutti! Troppo sangue di Babilonia si è sparso; ne porti la pena il primo e il più grande ribelle! —
Il nuovo accorgimento di Abdenago sconcertava i prudenti disegni di Faleg. Nato anch'egli nel Sennaar, imbevuto di tutta la ingenita superbia della schiatta cussita, Faleg non poteva per fermo vedere di buon occhio l'Armeno. Ma in lui era forte la gratitudine e profondo l'ossequio per la regina. Ora la lentezza di lei a punire il nemico, la bieca ostinazione dei ribelli nel volerlo morto, gli dicevano chiaramente che il leggiadro malka delle montagne era già perdonato nel cuore di Semiramide e che ella lo avrebbe conteso con ogni sua possa alle feroci vendette che instigava Zerduste. Tra l'avversione dell'animo suo e il debito della gratitudine, tra le pretensioni dei ribelli e gli indovinati impulsi del cuore di lei, non era dubbia la scelta di Faleg. Ma come opporsi efficacemente alle bieche proposte, che al cospetto degli astanti si ammantavano di tanta giustizia? Gli stessi capi dell'esercito, amici e compagni suoi, che non vedevano così addentro com'egli ne' fini riposti di Abdenago e negli struggimenti arcani d'un cuore di donna, facevano buon viso alla domanda, e il loro spiare ansiosi e muti la risposta di Semiramide, avrebbe chiarito ad occhi meno accorti de' suoi, da qual parte pendessero i loro consigli. Invero poichè tutta la resistenza dei ribelli si restringeva in quel punto, i capi dell'esercito pensavano che ad assai lieve prezzo si comprava la pace e non dubitavano che la regina fosse per accettare un partito, in cui la giustizia e la dignità sua erano salvi del pari.
Avvenne da ciò che Faleg, cercando invano tra sè come venire in aiuto alla regina, si rimanesse alquanto sospeso. E gli altri solleciti a trar profitto dal suo silenzio, incalzando negl'insidiosi parlari. Con quell'atto di giustizia che si chiedeva a Semiramide, era tolto ogni appiglio ad oltraggiosi sospetti, ogni argomento a paure degli uni, a perfidie degli altri. La pena inflitta all'Armeno era l'ostia propiziatoria ai celesti, era il messaggio di pace, il patto della nuova alleanza tra la regina ed il popolo delle quattro favelle. Ninia sarebbe tornato alla prima umiltà; Zerduste, poi, lo si cacciava fuor del reame, colla sua vita comprando l'obbedienza dei Medi sollevati. Qual più largo trionfo per lei, se per ottenerlo non occorreva spargere pur una goccia di sangue? La pace restituita ad un tratto; i guerrieri d'una medesima patria non più costretti a combattersi l'un l'altro, a incrudelire ne' padri e fratelli loro; gli orrori di una guerra civile, gl'incendi, le stragi, i lutti, risparmiati alla città diletta, che era costata tanti anni di amorose fatiche; la gratitudine immensa d'un popolo salvato; nulla fu pretermesso dagli accorti avversarii, in ciò facilmente seguiti, sostenuti, oltrepassati dallo zelo degli amici malcauti, che facevano a gara per dar nella pania dei fallaci consigli.
Semiramide non rispose parola. Aveva impallidito all'audace dimanda; in quella condizione di pace gittata là come la cosa più ragionevole del mondo, tanto più ragionevole allora, che il costume di guerra non facea sacra la vita dei prigionieri, aveva ella ravvisato il colpo maestro del suo implacabil nemico. Ah, egli non era dunque per la esaltazione di Ninia, che si adoperava l'astuto? Quell'ignaro fanciullo non era che uno strumento, un'arma brandita contro di lei, un'arma che si gittava, dopo averla adoperata a ferire! Non era più sete di regno che contrastava il poter suo; era una vendetta che cercava il cuor della donna, una vendetta tanto più sottilmente feroce, in quanto che nessuno di quella moltitudine di nemici e di fautori, poteva averla per tale. Zerduste infatti, per la proposta degli anziani, non giungeva egli a far sacrifizio di sè? Accettava l'umiliazione e l'esiglio; si dava inerme in preda allo sdegno di Semiramide, che bene avrebbe potuto, appena sedata la rivolta e ristabilita la sua autorità, cercarlo dovunque egli fosse e farlo inesorabilmente morire. Chi, ciò pensando, avrebbe sospettato della magnanimità di Zerduste? Quella sua volontaria caduta era il sommo della ipocrisia; quel suo consiglio di finire ogni cosa colla morte del re d'Armenia, era la stretta fatale in cui la regina, o la donna, dovea certamente soccombere. E si sentì perduta, allora, e rimase più atterrita a gran pezza, che non fosse stata prima, all'udire d'ogni altro suo danno.
Ben le restava uno scampo; la guerra disperata, la sorte dell'armi. Ma questa che fallacissima era, non potea farla altresì micidiale nel sangue di Ninia? E poi, a che proseguire la lotta? Ella era tanto desiderosa di regnare, temuta, non amata più dal suo popolo, odiata, non creduta dall'uomo, per cui aveva messa a repentaglio la sua possanza e la fama? V'hanno istanti supremi, in cui le anime più salde sentono il fastidio della lor medesima forza, dovuta usare in troppo vili contese; e allora dalla inerzia, che si offre noncurante ai colpi nemici, spira assai più sublime grandezza, che non dall'ardore crescente, dalla terribilità della pugna.
Così smarrita, la regina volse a Faleg uno sguardo di suprema tristezza. Lo intese il fedele guerriero, che incontanente si fece a salire i gradini del trono e si curvò sul ginocchio, per udire i regali comandi. Ma egli non era già più un comando quello che Faleg doveva udire dal labbro di Semiramide.
— Tu lo vedi, o Faleg; — susurrò la regina con malinconico accento. — Tutto è perduto oramai.
— Signora! — rispose sommesso il guerriero, e il cenno del capo significò tutto quello che il labbro taceva.
— Or ora, — proseguì la regina, — udranno che Semiramide non accetta le loro condizioni. Potrei forse?..