Come furono partiti, anche Semiramide si ritrasse nelle sue stanze.
— Ah, Faleg! — diss'ella al guerriero. — È finita; io non lo ucciderò! Egli è un fellone e un ingrato; ma se io lo odiassi, avrei forse atteso i consigli del volgo ribelle? E adesso, io, regina degli Accad, dovrei piegarmi per avventura ai comandi?
— Certo non lo sperano essi! — rispose Faleg. — Le armi adunque scioglieranno la contesa e meglio per noi se ciò avvenga domani.
— No; nè domani, nè poi! — esclamò Semiramide.
Faleg la guardò trasognato; e v'ebbe un istante che egli temè non aver bene udito, o aver la regina male inteso la sua proposta; l'ultima, a parer suo, che recasse un costrutto.
— Nè cedere, nè combattere! — sclamò egli poscia. — Che dunque faremo?
— Nulla! — rispose la regina, levando in alto la fronte e chiudendo gli occhi in atto di raccoglimento solenne. — Domani sarà avvenuta tal cosa, che sciolga il nodo per sempre.
— Ah! — proruppe il guerriero impallidendo. — E vorresti....
— Non mi dir nulla! Spesso han d'uopo dell'altrui consiglio i regnanti; ma v'hanno giorni, ore supreme, in cui non è dato pigliarne, fuorchè dalle voci arcane dell'anima. Tu se mi ami e rammenti....
— I tuoi benefizii, o regina? Come potrei averli dimenticati, io che ripeto da te ciò che sono, io oscuro figlio del borgo di Susqueanna, io innalzato da te ai primi gradi della milizia del regno? E come suddito e come servo di gratitudine, son tuo; la mia vita ti appartiene, fanne ciò che più ti talenta.