Il forte animo di Faleg venìa meno per tenerezza e sgomento. Il fedele servitore, condotto a quel punto supremo, non sapea darsi pace; vedeva di non poter più rimanere, e tuttavia non gli bastava il cuore a spiccarsi di là. Semiramide gli sporse la mano; egli cadde in ginocchio, l'afferrò tra le sue, la baciò ripetutamente, la inumidì colle sue lagrime, indi, tutto vergognoso della sua debolezza, coll'anima infranta, senza pure alzar gli occhi a guardare la sua venerata signora, a passi concitati si allontanò dalla stanza.

La regina rimase immobile a lungo, attonita, smemorata, come chi, perduta ogni speranza, o desiderio della terra, più non abbia un concetto in cui riposare la mente. Gli occhi suoi inconsapevoli si erano rivolti al cielo sereno, che si scorgeva per mezzo alle colonne di un ampio loggiato. Il sole volgeva al tramonto, e le torri, le cupole, i terrazzi di Babilonia, si tingevano in colore di fiamma viva ai raggi obliqui dell'astro morente. Offriva un meraviglioso spettacolo, quell'aureola di fuoco, entro a cui s'involgeva Babilonia, come una regina nel suo manto di porpora. Ahimè! quanti pensieri senza fine dolorosi doveva risvegliare nell'animo della gran vedova di Nino, quella gloria della sua città prediletta! Il possente raggio di Sam, innanzi di sparire dietro le arene del lontano deserto, innanzi di nascondersi per sempre allo sguardo di lei, vagheggiava le vaste mura che ella aveva innalzate, salutava i pinnacoli dei suoi templi e delle sue moli superbe, glorificava al cospetto dei cieli, esaltava l'opera sua.

Ed ella intanto si spegneva nella sua solitudine, la dolente regina! Quel maestoso splendore si sarebbe diffuso il giorno vegnente sulle mura dilette; ma ella non le avrebbe più contemplate; e Babilonia, e il popolo degli Accad, e il figlio, ingrati tutti ad un modo, avrebbero dimenticato la gloriosa fondatrice, la regina, la madre!

A poco a poco le alte gradinate dei templi, i terrazzi e le casupole si venìano ascondendo nell'ombra. Un vasto semicerchio di fuoco, simile a vampa d'incendio lontano, radiava nell'orizzonte, faceva uno sfondo rossastro alle negre torri di Barsipa.

— Deh! — esclamò la regina, seguendo cogli occhi quella gloria morente. — Come tu volgi precipitoso al tramonto, astro superbo, che rallegravi il mondo della tua luce! —

E di sè, non dell'astro, pensava ella in quel punto. Umane grandezze, splendidi sogni, sconfinate ambizioni, gloria, potenza, amore.... ah sì, questo d'ogni altra cosa più prezioso a gran pezza! questo era il grande, l'irreparabile eccidio; tutto l'altro era nulla. E forse in quel mentre, il re d'Armenia, lieto della ricuperata libertà, non memore di lei che per l'odio, s'affrettava sulle orme di Faleg. Ingrato! Ah, la sconoscesse il popolo, la tradissero i grandi del suo regno, dimenticassero tutti le sue gesta, i suoi benefizi; che poteva importarle di ciò? Ma egli! l'uomo che era caduto ebbro d'amore ai suoi piedi, che colle infiammate parole, coi giuramenti solenni, aveva strappato dalle sue trepide labbra una confessione, dal suo seno palpitante i santi veli del moribondo pudore! l'uomo che ella aveva amato, pur combattendolo, che aveva sperato vedersi un'altra volta a' piedi, vinto, più ancora che dalle sue armi, dalla certezza della sua innocenza! No, ella non avrebbe creduto mai possibile una ingratitudine sì nera. E per quella sua stolta fede, non già per le arti di Zerduste, non già per la ribellione di Ninia, non già pel traviamento del suo popolo, ella si disponeva alla morte. Ingrato, sì, ingrato e codardo! La gentilezza dell'affetto, la magnanimità, la costanza, la fede, e infine tutto quanto è di bello e di nobile nel fango umano, tutto si rifugiava, e per morire, in un povero cuore di donna.

Eppure!... eppure ella aveva sperato fino all'ultimo istante. Le pareva enorme cosa, inaudita vergogna, immeritato oltraggio de' cieli, essersi imbattuta nell'uomo più sleale e più vituperoso del mondo. Ma ohimè! così era per lei; così avviene pur troppo per tutti; ai vili le più alte venture; ai nobili cuori le più atroci amarezze, i disinganni, le onte più gravi. E in questo pensiero, peggior d'ogni morte, si prostrò, si rinchiuse lo spirito di Semiramide, che là, di rincontro alla luce del sole morente, pareva, non più donna viva, simulacro di pietra.

In quel mentre un passo frettoloso si udì nella camera. Hurki si fece innanzi alla regina.

— Potente signora.... — diss'egli peritoso.

— Che è? — dimandò la regina, destandosi repentinamente da quel suo doloroso torpore.