— Che io ricuso di vederlo; — rispose la regina.

— Ma pensa.... — balbettò egli inchinandosi. — Forse da questo colloquio potrebbe dipendere....

— Che cosa? — tuonò Semiramide. — Che cosa potrebbe egli dire, che a me fosse grato ascoltare da lui?

— Non so; — disse di rimando, e con umilissimo accento, l'eunuco. — Di te mi preme e della tua gloria, o signora. È un nemico che chiede parlarti.... è il maestro e il custode di Ninia.... —

E non ardì proseguire. Ma il nome di Ninia aveva toccato un'intima fibra del cuore materno. Stette ella alquanto sopra di sè; indi, scuotendo il capo, come chi, veduti i pericoli e le molestie a cui va incontro, ha tuttavia pigliata la sua risoluzione, si volse ad Hurki e gli disse:

— Venga il malvagio; lo udrò. —

CAPITOLO XXIII. Il Tentatore.

Indi a pochi istanti, comparve sulla soglia Zerduste. Pallido in volto più dell'usato, scintillanti gli occhi profondi sotto il grand'arco delle sopracciglia d'ebano, chiuso nella sua tunica nera, frangiata d'oro sui lembi, bello di quella sua marmorea bellezza, cui faceva più austera il rannuvolato sembiante, sembrava egli il destino, venuto colà per dire alla sua vittima: la tua ora è suonata!

S'inchinò, ma contegnoso e superbo. L'atto era d'ossequio, ma ben altro diceva lo sguardo.

A quella vista sentì la regina riardere il sangue per tutte le vene. Era là, le stava dinanzi il suo mortale nemico, l'uomo che forse più non aveva a temer la sua collera, ma che certamente non poteva sperare perdono da lei. Pallida, ansante, fremebonda per l'ira a stento repressa, ella si era seduta sul rilevato suo scanno chiedendo al riposo delle membra quell'apparenza di forza che le era negata dall'interno tumulto.