Egli v'ebbe un momento di pausa tra i due, e in quel muto intervallo si guardarono a lungo, si scrutarono a vicenda; il principe di Bakdi tentando di legger nell'animo di lei, per misurare le sue parole allo sdegno di cui la vedesse compresa; ella cercando d'intendere qual causa lo avesse condotto; ambedue più turbati nell'animo, che non apparisse al sembiante.
La regina fu prima a parlare.
— Sii breve! — diss'ella asciuttamente a Zerduste.
— Non lo potrei; — rispose quell'altro. — Tu m'odii, ed io non voglio essere odiato da te. —
Semiramide lo guardò, tra corrucciata e stupita.
— Non t'odio; — soggiunse ella poscia, con accento che egli non durò fatica ed intendere.
Diffatti, in quella che ricacciava nel profondo del cuore un moto istintivo di rabbia, subitamente ripigliò:
— E disprezzarmi non devi! —
Un sorriso d'amara ironia tese le labbra di Semiramide, e, come freccia sibilante dall'arco, volò la parola a saettare l'impronto nemico.
— Perchè, Zerduste, perchè? Non sei tu forse il più malvagio tra gli uomini? V'ha egli per avventura tra gli spiriti d'abisso un'anima più invereconda e più nera? Parlerò a te, principe di Bakdi, come si parla ad un uomo che tutto agogna e da nulla rifugge, che molto presume di sè e la cara virtù, la santa fede, la gentile alterezza dell'animo, non riconosce e non pregia se non per farne sgabello alle sue scellerate ambizioni. Quanto più alto ti ripromettevi di salire nella stima del mondo, tanto più in basso sei sceso, simile al verme che striscia nell'immondo terreno, e invidia l'aquila levata a volo pe' cieli, che sdegna, onestamente altera, di farne suo pasto. Invero, qual è la mia colpa a' tuoi occhi? Principe di nobil sangue, non regnatore di Media, t'ho io forse rapito il trono, o la speranza di ascendervi? No; fu Nino, l'invasore della tua patria, nè io regnavo, quando, per ardimento mio, ma coll'armi di Babilonia, la tua Bakdi fu presa. L'eccidio del vostro regno poteva essere indugiato, non impedito per fermo; la conquista della Media e del mondo era opera fatale, serbata alla progenie di Cus. Non io, dunque, non io veramente, t'ho offeso; non io ti ho tolto la libertà, le speranze, la patria. Ben io, vedova di Nino, desiderosa di dare al nuovo ed accresciuto impero testimonianza solenne di giustizia e di amore, non tiranna, ma reggitrice e madre di tutte le genti chiamate a parte del glorioso nome degli Accad, ben io t'ho scorto nel tuo umile stato, t'ho fatto grande ben io; ne' miei consigli t'ho accolto; la tua sapienza ho onorato; il figliuol t'ho dato in custodia. Fu errore, ma io sola posso darmene biasimo, non tu farmene colpa. In che t'ho io recato danno? In che ho io tralasciato di giovarti? E non dovrei ora coprirti del mio disprezzo, traditore codardo, che hai abusato della mia fede, aspide velenoso, che non ardivi assalirmi all'aperto e m'hai morso al piede, m'hai ferito nell'ombra? Vedi, d'una cosa sola mi duole, ed è questa: che la potenza del mio disprezzo non agguagli la malvagità delle opere tue. —