Accigliato, fremente, stette ad udirla Zerduste. Le parole di Semiramide irata sibilavano a guisa di flagelli, lo percuotevano in volto; ma vampa di rossore non gli corse alle guance e la contegnosa rigidezza del sembiante marmoreo custodì il segreto degl'interni sussulti. La udì, senza torcere pure un istante lo sguardo da lei, e come s'avvide ch'ella era giunta al termine della sua invettiva, così prese tranquillo a rispondere:
— Una cosa vera hai tu detto nell'ira, o regina, e di questa sola io vo' far conto per ora. No, nè per la patria umiliata, nè per la delusa speranza di regno, poteva odiarti Zerduste. La patria è vana parola per uso del volgo, nato a servir sempre, qualunque sieno i confini alla sua stirpe assegnati. Chi regna ha la sua patria nel trono; chi ha vasti disegni, eccelse imprese da compiere, ha la sua patria ovunque. Il fulmine, il raggio di sole, non prediligono questa, o quella parte, del firmamento azzurro. Quello si sprigiona dalla vôlta celeste e guizza per quanto è lunga la via dalle nuvole al suolo; questo dardeggia e risplende dall'orto all'occaso. Che sarebbe stato il regno di Media per la mia ambizione? Ben altro regno io vagheggiai col pensiero; ben altro regno io chiesi alla sorte, nella lunga agonia de' vani desiderii, che m'hanno contristato lo spirito. Nè posso oggi allegrarmi di questa grande vittoria, che ad altri parrà il colmo d'ogni fortuna nel mondo. Avrò Babilonia in poter mio e tutta la terra del Sennaar; non ciò che agognavo, non ciò che mi ha stimolato all'impresa. Godi a tua volta, trionfa di me, o figlia di Derceto, o espugnatrice di Bakdi; io t'ho amato, ho sperato, e ne porto oggi la pena. —
Le labbra di Semiramide si atteggiarono ad un sarcastico riso, che mal dissimulava il profondo fastidio dell'anima.
— Di ciò volevi parlarmi? — diss'ella.
— Ah non temere! — ripigliò prontamente Zerduste. — Io non ti stancherò de' miei gemiti, non ti bisbiglierò melate parole, così dolci ad udirsi tra i salici, alla tacita luce degli astri, allo spirar della brezza notturna in riva all'Eufrate. È sfogo d'immenso dolore, il mio, non preghiera di labbro soave, che dissimuli il tradimento meditato e prepari le tarde vergogne. Dicevi poc'anzi di Bakdi... Orbene, colà un uomo ti vide la prima volta; e ancora non eri la sposa di Nino. Sulle mura combattute vide egli apparire l'audacissima donna, col ferro in pugno, le nere chiome diffuse in larghe anella, fuori del lucido elmetto, acceso il sembiante, rigate le guancie di nobil sudore, sfavillanti i grandi occhi di guerresca baldanza, bella più assai, più sfolgorante a' suoi occhi, che non dovesse apparirgli più tardi, nello splendor d'una reggia, mollemente vestita di bisso, ornata di gemme, all'ombra de' suoi pensili orti, in mezzo ad uno stuolo d'ancelle e di servi devoti. La contemplò con desiderio infinito, e disse tra sè: Ahura, potentissimo signore del mondo, io darei la mia vita, la mia fama, e ogni altra cosa più cara, purchè fosse mia quella donna! Nemica era, egli armato in difesa delle sue mura; poteva scagliarsi su lei, ucciderla di un colpo, e nol fece....
— Meglio sarebbe stato ferirla allora con l'arma dei prodi, — interruppe Semiramide, — che combatterla poscia, aggirarla colle insidie, trarla a rovina con le arti dei vili. —
Chinò la fronte Zerduste, e proseguì, con accento d'amarezza profonda:
— Così avess'egli preveduti gli affanni che gli dovean essere derivati da lei! Ma allora, dimentico della sua terra, delle speranze perdute, degli ostacoli insuperabili, dei danni futuri, amò la cattività che lo avvicinava a costei. Pochi giorni di poi, ella era sposa di Nino; egli dolente prigioniero in Babilonia. E l'amor suo crebbe tanto più forte, quanto più solitario e nascosto. Vegliava sulle tavole dei Casdim, le raffrontava colle dottrine de' loro savi, meditava di purificare il culto dell'unico Iddio dalle rozze idolatrie della stirpe di Cus, e non si sostentava nell'aspra fatica, non si nutriva egli che di quel suo amor dissennato. Perchè non lasciarlo nell'oscurità della sua prigionia? Perchè dargli inaspettata grandezza e rinfiammare nel cuor suo le audaci speranze? Regina degli Accad, vedi in ciò l'opera tua. Mentre egli ti chiedeva disperato al suo Dio, e la morte improvvisa di Nino gli pareva una prima grazia a lui concessa dal cielo, perchè hai tu mostrato avvederti di lui? perchè l'hai tu chiamato alla tua presenza, onorato del tuo favore, accolto nei tuoi regali consigli? Fatto vicino a te, conscio della sua forza, sperò, e sperando tentò di piacerti, ardì concepire il più eccelso disegno. Ma tu non lo amasti; il tuo cuore fu muto a lui; non t'avvedesti, o fingevi. E finse egli pure; ricacciò nel profondo la parola che inutile e spregiata dovea morirgli sul labbro; accresciuto di potenza, non consolato d'affetto, si piantò custode inavvertito della tua desiderata bellezza, vigile nemico di quanti s'appressavano a te, di quanti temè potessero un giorno accenderti in seno la maledetta fiamma d'amore. Voleva egli che tutto fosse silenzio e vuoto intorno a te; nessun altro doveva ottenere ciò che a lui era negato. Così vigila il drago i tesori che non sono per esso, e vampe di morte gli sprizzano dalle fauci rabbiose.
— Io lo ravviso nella fedelissima effigie! — notò la regina, con acerbo sarcasmo.
— Ridi ancora per poco; — disse di rimando Zerduste, senza punto scomporsi. — Parecchi scontarono colla morte la colpa di aver desiderato e sperato. Un d'essi, il più audace, a cui gl'inni sgorgavano dalle rosee labbra, troppo più infiammati che non si convenisse alla riverenza del suddito, s'argomentava di giungere fino a te, chiamato ne' silenzi della notte da un messaggiero discreto; già nella cupida mente assaporava le dolcezze ineffabili d'un amoroso colloquio; ma un abisso di repente si schiuse a' suoi piedi e gli ardori dell'incauto si estinguevano insieme colla vita, nei gorghi profondi del fiume. Lo so ben io, tu non amavi costui, tu ignoravi ogni cosa; ma egli amava te, egli era leggiadro, poteva un giorno piacere a' tuoi occhi; così mutevole e pronta negli affetti è la donna! Zerduste vegliava; egli era forte e prudente. I tuoi nemici furono gli amici suoi; fu egli che affratellò, congiunse in un odio solo tante collere sparse, diede un capo, una mente, a migliaia di braccia levate a maledizioni impossenti contro la regnatrice del mondo. Raccolte nel suo valido pugno le fila di una vasta congiura, tutte poteva egli deporle a' tuoi piedi, sgominare i tenebrosi assalti, distruggere nel silenzio i tuoi nemici, se tu gli fossi stata più umana; volgerli contro di te, colpirti a sua posta, se tu avessi durato ne' tuoi superbi dispregi. E tu, frattanto, o regina? Contegnosa ed austera, gli troncavi a mezzo ogni parola che timidamente accennasse alla sua devozione per te. Le cure del regno ti possedevano intiera; non d'altro ti davi pensiero; doveva esser muto all'affetto il cuore della donna, che voleva esser signora e madre d'un popolo. Così dicevi a Zerduste; ma una notte bastò per mutarti, bastò una tenera parola per darti in braccio ad un altro. Ah, per lui dunque la stima, per altri l'amore? Grave fallo, o regina! E sei donna, ed ignori che l'uomo ha da essere tutto o nulla, per la donna ch'egli ama? Non io ti ho tradito; bensì tu stessa ti sei condannata a' miei colpi. Potevo soffrire ed attendere; quella notte ha lacerato il mio cuore.... Eri in mia mano; io mi son vendicato. Il tuo primo amore ti costa un impero. —