In tal guisa parlò il principe di Bakdi, per la prima volta scoprendo i tenebrosi recessi dell'anima. Facea stupore l'udirlo, più stupore eziandio il vedere quel suo calmo sembiante atteggiarsi a tanta novità di passione, di asprezza feroce e di mestizia profonda, di odio implacato e di ardente preghiera ad un tempo. Ed era pauroso a vedersi, come un portento di trasformazione improvvisa; nè più avrebbe arrecato meraviglia e sgomento, se uno di que' colossi alati, che raffiguravano gli spiriti custodi della gente del Sennaar, avesse lampeggiato una torva occhiata dalle pupille di smalto, e snodate le membra poderose dai vincoli della pietra tenace.
Lo udì Semiramide, lo guatò lungamente, e un senso di paura le ricercò le vie segrete del cuore. Ella aveva vissuto tanti anni d'accanto a quel mostro, nè mai s'era avveduta dell'imminente pericolo! Così siam noi spensierati, quando non abbiam ragione di temere. E un giorno viene, che il nemico ci è sopra, egli che spia le occasioni, e a noi più non è dato resistere.
Fu atterrita, non sopraffatta, la fortissima donna, e tosto riprese balìa di sè stessa.
— Nobile affetto invero, — ella disse, — e degno d'esser mostro alle genti, quello che accende tutti i più malvagi istinti della umana natura!
— E amore, possente amore, che non cercato c'investe e si fa in un punto signore di noi; — replicò prontamente quell'altro. — A te lo chiedo, che il sai; si governa esso forse? e spregiato, non divampa più forte? È fiamma; la sua natura è di ardere. Tu l'hai destata in me; non ti lagnare, se ella s'è fatta a tuo danno un incendio.
— T'ho io mai dato lusinga, o speranza? — dimandò la regina, con piglio severo.
— No, e di questo mi duole! — rispose amaramente Zerduste. — Ah, fiero tormento, che tu, tra tanti mali, non hai provato, o Semiram! Sentirsi forte, vedersi grande, sapersi capace di altissime imprese, e tuttavia desiderare invano un sorriso d'amore; per una donna esser nulla, quando, per ogni altra creatura, e in faccia al destino, si è tutto! Cede ogni ostacolo alla tua volontà, o la tua avvedutezza lo rimuove, o la tua pazienza lo strugge; solo una donna ti resiste, e tu, che pieghi a tua posta uomini e cose, ti rodi dentro te colla tua rabbia. Ella non t'ama; ella ti deride; fa peggio ancora, non si cura, nè s'avvede di te. E allora, o Semiram, allora il più nobile affetto si corrompe, come, negletto nella coppa, si corrompe e inasprisce il più generoso liquore. Fu un senso d'invidia profonda e di desiderio deluso, che produsse il male e rese gli spiriti ribelli all'Eterno. Ah, il forte, il costante amatore, l'uomo che tutte le virtù della mente gagliarda avrebbe adoperate a comporti il trono più glorioso e più saldo, si sprezza? E il primo garzone vanitoso che giunge, e ripete con labbro avvezzo una soave parola, lo si accoglie con ansia, lo si ama, si cede a lui come una vil femminetta del volgo? Bada, o Semiram, io sono ambizioso, ma nol fui nell'amarti. Non chiedevo di salir teco sul trono degli Accad; sarei rimasto nella polve ai tuoi piedi, e patria, e speranza di regno, altari e tutto, avrei dimenticato, per non avere altro culto, che l'amore, altro pensiero fuor quello della tua sfolgorante bellezza. Ed oggi ancora, io, fatto più forte dalla vittoria, io signore de' tuoi destini, io re di Babilonia tra breve, imperocchè il tuo Ninia non ha mano così ferma da impugnar virilmente lo scettro, io oggi ti dico ancora: tutto può ripararsi. Amami, credi a questa fiamma divoratrice, consola uno spirito afflitto! Per la mia potenza io te lo giuro, per la mia stessa ambizione che non conosce confini: io, il principe di Bakdi, il leone di Media, sarà il tuo umile schiavo. —
E, tratto dall'impeto della sua furibonda passione, si prostrò l'acerbo Zerduste, si abbandonò contro i gradini del soglio di Semiramide, così che la sua fronte sfiorò il piede di lei. Diede ella un sobbalzo di raccapriccio e si trasse indietro sollecita.
— Va, non mi tentare! — gridò. — Che pensi di me? Di qual fango mi credi tu nata? Non amerà te, non ti ascolterà più oltre, chi ha amato il re degli Armeni.
— Ara! — sclamò Zerduste, con accento sdegnoso. — Ara che ti disprezza e ti fugge!