— È questa la tua pura dottrina, o santo vecchio dal fiore d'amômo? — tuonò egli iracondo. — Ma tu morrai, lo giuro a Zervane, che ha numerato i tuoi giorni! —

E si scagliò, così dicendo, sul principe di Bakdi, che stramazzò all'urto possente del giovine atleta. Nel tempo medesimo la spada di Ara cercava il petto della stordita sua vittima. La corazza di ferro che Zerduste portava sotto la tunica nera, sviò il colpo gagliardo, che avrebbe dovuto passarlo fuor fuori.

— Ah, un tradimento! — gridò Zerduste atterrito.

E si divincolava sotto le strette. Ma l'aquila delle montagne lo aveva tra gli artigli; era più poderosa di lui; le raddoppiava le forze il furore. E già stava per cacciargli il ferro nella strozza, allorquando la voce della regina si udì.

— Chi ardisce snudar l'armi al cospetto di Semiramide? — gridò ella con voce di tuono.

Ara, il furente Ara, si alzò intimorito e il braccio gli ricadde inerte sul fianco.

Semiramide lo guardò un tratto pallida, ansante, per commozione profonda; indi si volse a Zerduste.

— La tregua è sacra per tutti; — gli disse. — Va, rettile, vivi! —

Zerduste si alzò fremente da terra; li saettò ambedue d'uno sguardo, si strinse i pugni al petto, per rabbia impossente, e fuggì. Ogni sua speranza era perduta; l'audace suo tentativo, così profondamente maturato, falliva.

CAPITOLO XXIV. Le colombe di Derceto.