— Fuggire! — gridò il re d'Armenia, tratto in inganno dalle ambigue parole. — Ah sì, n'è tempo, o regina. Quello scampo che generosa mi profferivi, non rimane anche a te? Ma dimmi, innanzi di correr la sorte della fuga; dimmi, o dolce signora, mi hai tu perdonato?
— Sì; — bisbigliò Semiramide, lasciandosi afferrare la mano, che il giovine amante coperse di baci e di lagrime.
Ella era fuor di sè stessa in quel punto. La infinita mestizia de' suoi casi, il recente colloquio col suo atroce nemico, l'improvviso apparire del re, l'aveano percossa per modo, che ella ne era rimasta un tratto smemorata ed attonita, senza pensieri, senza volontà, senza forza.
Ara incalzò nelle amorose preghiere.
— Vieni adunque, vieni senz'altri indugi, o diletta! Pensa a Zerduste. Lo scellerato che tu hai voluto campar da' miei colpi, ben altre vendette prepara. Vieni, usciamo da questa reggia, da questa città, ove tutto è pericolo per te. Andremo lunge, assai lunge di qua; io ti sosterrò, mia regina: ti difenderò io fino all'ultima stilla di sangue; ti amerò, ti amerò tanto, o Semiram, che tu dimenticherai le mie colpe, le angoscie patite, il trono perduto e quant'altro avesti mai di più caro.
— Fuggire! — esclamò ella, scuotendosi a un tratto da quel suo doloroso torpore. — Fuggire io! E lo pensi tu forse? Non si giunge dov'io son giunta, o malka d'Armenia, per finir così male; non s'imprime un'orma così profonda nella memoria degli uomini, per cancellarla con un esempio di solenne viltà. Altro scampo io m'ho scelto, lo scampo de' forti. Morrò. Checchè ne pensi il malvagio, morrò nobilmente, morrò da regina.
— Tu morire, o Semiram? — proruppe forsennato il garzone. — No, non sarà!... gli è impossibile!...
— È necessario; — soggiunse ella, con malinconico accento. — Vivere con maestà non è più consentito, altra via non rimane.
— Ah, scherno de' cieli! — gridò egli disperato, cacciandosi le mani a furia entro le chiome. — E per me!... per colpa mia!...
— No; — interruppe Semiramide. — Non ti accusare; non dar cagione a te stesso! È il signor delle sorti, è Nisroc, che ha voluto così; son io che gli ho armata la mano a ferirmi. Non ho io forse invocata sul mio capo questa grande sventura? Non ho io chiesto a Militta di concedermi un amor vero e possente, anche a patto dei più acerbi dolori? Ho amato, e furono ore d'immensa allegrezza per me. Tristi giorni seguirono.... Orbene, che importa? Non son io vendicata del tuo disprezzo? Non sei tu umiliato, piangente, a' miei piedi?