— Ah, tu sei generosa e magnanima; — disse Ara con impeto; — e sebbene io veda tuttavia sul tuo volto la nube d'un nemico pensiero, non debbo lagnarmi del mio destino, nè voglio. Concedimi tempo a meritar la tua grazia, o regina! Vivere tu devi, e risorgere. Non mi dire che ciò è impossibile!... Forse tu vedi troppo grave il tuo caso. Altra via non rimane, dicesti; e perchè? Non è sempre aperta la via della pugna? Nè già tutto l'esercito s'è collegato ai ribelli; schiere numerose e fedeli ti restano ancora; tu puoi, tu devi tentare.
— E vincessi pur anco! — esclamò Semiramide, crollando il capo, in atto di supremo fastidio. — Imperocchè, vedi, io l'ho pensato, ciò che tu mi consigli, e non è vero che tutto sia irreparabilmente perduto per me. S'inganna il malvagio, e quel suo traviato fanciullo con lui. Prima che trionfassero i vili, molto sangue potrebbe tingere ancora l'Eufrate, e più d'un cuore, che oggi si gonfia di facili speranze, impicciolirsi ad un tratto e gelarsi per alto spavento. Ma tutto questo a qual pro? Io non mi curo più oltre di malvagi, o d'ingrati. L'anima ha le sue tristezze invincibili, sente talvolta il fascino de' superbi raccoglimenti, la voluttà delle inerzie mortali; e allora, pon mente, riesce a tedio la pugna, e più che il vincere, più che il soverchiare di nostra gloria i mortali ossequiosi, o tementi, è dolcezza il cadere, l'estinguersi. Così farò, re d'Armenia; e se ti duole.... — soggiunse ella con un fil di amarezza, — se ti duole, io l'ho caro. Sarà questa la tua punizione, per aver creduto ad altrui, per aver dubitato di me.
— Non m'ero io dunque ingannato! — disse Ara sospirando. — Il tuo cuore non mi ha perdonato del tutto! —
La regina non fece risposta a quel grido di un'anima afflitta.
— Vedi? — soggiunse ella, cedendo all'amaro proposito ond'era tutta compresa. — Il mio disegno è formato. —
E avvicinatasi ad uno stipo che era lì presso, ne tolse una piccola ampolla di vetro e la librò in alto, di rincontro alla fioca luce del vespero, davanti agli occhi di Ara, che stette muto, sbigottito a guardarla.
— Da questo tenue involucro, — proseguì Semiramide, — non traspare che un umile liquore verdastro. Ma la vita, la pace, l'allegrezza, la morte, tutto è qui dentro, come nel cuore umano s'accolgono i germi d'ogni contentezza e d'ogni pena eziandio. Ampolla preziosa! Essa è dono del vecchio Sumàti. —
Ara chinò il capo, fremendo. Imperocchè egli aveva udito dal colloquio di Zerduste colla regina, quanto fosse colpevole l'Indiano.
— Ah, non parlare di lui! — gridò egli, con accento di rabbia.
— Perchè, s'egli è morto pentito? — ripigliò la regina. — A me, dopo tanti immeritati dolori, il vecchio della Triade ha lasciato un conforto. Tutta la mia regia possanza non avrebbe potuto procacciarmi questo maraviglioso liquore, stillato da erbe d'arcana virtù, nei silenzi d'una dotta vigilia. Meraviglioso invero e ben degno della famosa sua patria! Una goccia soltanto, stemperata nell'acqua purissima, rinfranca gli spiriti languenti; poche goccie dànno l'ebbrezza; un sorso intiero, la metà di quest'ampolla, è la morte; morte soave, lenta e sicura. Tu lo vedi, o malka d'Armenia; io non son troppo da compiangere. Va dunque, poichè l'ora è già tarda ed ogni istante è prezioso. Io t'ho amato e non m'incresce di confessartelo; ti ho perdonato ogni cosa; non ho più odio nel cuore. Tu piangi e le tue lagrime mi compensano di molte amarezze; va dunque, e ti ricorda di me nella vita, come io penserò a te nella morte. —