Così parlò Semiramide, cercando di allontanare il dolente. Ora, ella aveva a mala pena finito di parlare, che un atto improvviso di Ara la colpì, e un grido le ruppe dal petto, grido di stupore, di sgomento e di gioia inattesa.

Il re d'Armenia l'aveva ascoltata in silenzio, ora guardando lei, ora l'ampolla, che le stava tra mani. Pallido, ansante, confuso, pendeva dalle sue labbra, non osando dir nulla per tentare di smuoverla dal suo fiero proposito; ma ben si scorgeva al sembiante come fosse trambasciato, al pensiero di perderla. Ciò appunto avea mosso a compassione la regina, persuadendole alcune più amorevoli parole di commiato; ed egli dal canto suo ne aveva preso ardimento ad afferrarle un braccio, accostandosi con atto supplichevole a lei. Ma tosto, senza ch'ella facesse più in tempo a ritrarre la mano, le aveva egli strappata l'ampolla e in un baleno l'aveva accostata alle labbra, trangugiandone un sorso.

— Che hai tu fatto, disgraziato? — gridò ella, tendendo le palme verso di lui.

— Nulla; ho bevuto la parte mia. Ecco, vedi, io non ti ho tolto nulla del tuo. —

E le mostrò l'ampolla, ancora a mezzo ripiena; indi sorridendo, la posò sullo stipo.

— Ah, dissennato! — esclamò la regina, con accento di tenerezza ineffabile. — E tu, giovine, bello al pari d'un Dio, con tante speranze nella vita lontana....

— Senza te sarei morto; — interruppe egli sollecito; — è in te la mia speranza, in te la mia vita. —

E cadde a' suoi piedi tremante d'amore. Ella gli pose le braccia intorno al collo e rimase a lungo muta, ma accesa, palpitante, appoggiata su lui, con tutto il soave suo peso. L'astro notturno, che era spuntato poc'anzi sull'orizzonte, risplendeva tra i cespugli del giardino, e la sua tacita luce, penetrando tra le colonne del loggiato, inondava que' due volti confusi.

Ad un tratto ella si sciolse da lui.

— Smemorata! — gridò. — Ed io?... —