Balzò rapida in piedi, corse, afferrò l'ampolla e avidamente bevve ciò che restava del verdastro liquore.
— Come è dolce! — diss'ella poscia tornando verso l'amato. — Come è dolce, poichè tu l'hai recato alle labbra! —
Il giovine innamorato la strinse tra le sue braccia.
— Eccoti, bella amica mia! — le diceva egli, guardandola con occhi rapiti. — Eccoti bella tra tutte le donne, o tu, cui l'anima mia ama! Tu m'hai involato il cuore, o sposa mia nella morte; tu m'hai involato il cuore col primo de' tuoi sguardi, nè più, da quella notte di celesti ebbrezze, io sono stato signore di me. Tu sei tutta bella, amica mia, nè cosa alcuna è in te che non mi faccia riardere il sangue per febbre acuta d'amore. I tuoi baci sono più dolci del liquor della palma: la fragranza che spira da te, vince tutti gli aromi.
— Ara, o diletto, sostienmi nelle tue braccia! Oh, sei pur bello! E avventurosa tra tutte le donne fu certamente colei che ti diede la vita! Ara, rivolgi gli occhi tuoi, che non mi guardino fiso, imperocchè essi mi fanno smarrir la ragione. Amico dell'anima mia, e come hai tu potuto allontanarti da me? Oh, grazie sian rese agli Dei; non ci separeremo mai più! Morire con te! Gioia che io non avrei più osato sperare! Sostienmi, o diletto! Sia la tua mano sinistra sotto al mio capo e abbraccimi la tua destra.
— Amica mia, sposa mia, le tue labbra stillano miele; il tuo collo rende più odore, che non le mandragole e i gigli. Dimentica ed ama; mettimi come un suggello in sul tuo cuore; come un suggello in sul tuo braccio; imperocchè l'amore è possente come la morte che invocata ci attende; la gelosia dura come l'inferno, e le sue fiamme divorano. Io le ho nutrite a lungo del mio sangue, qui dentro; ma l'amor tuo è il più soave dei balsami. —
Così favellarono, confusi in un palpito, l'uno dell'altra beati, immemori d'ogni cosa creata. Gloria, potenza, ambizione, dolori, miserie, splendori e fumi della terra, che siete voi per due anime amanti? Sulla vetta inaccessa d'un monte, la fenice compone de' più odorosi rami il suo rogo e lieta s'appresta a morire. Così eglino, in quel rapimento supremo, nell'alto silenzio d'una notte avventurosa, lunge dal volgo profano, avean tempio e rogo ed oblio. Che era già più Babilonia per essi, col suo popolo ribelle e colle sue ire feroci? Che era l'impero degli Accad, e che tutti gli altri destinati a succedergli, giù per la china dei secoli? Odiati dal mondo, lo ricambiavano colla noncuranza e il disdegno; più forti delle sue collere, si perdeano in un'estasi, che non aveva a conoscer dimani.
— Ara, diletto mio, come breve è la notte! I segni celesti ascendono rapidi la vôlta del firmamento azzurro, come viandanti frettolosi che hanno veduta da lunge la meta.
— Fermati! — esclamò Ara, tendendo ai cielo le palme. — Fermati, se mai udisti parola d'amore; rattieni, o Sin, il veloce tuo corso e sia questa notte eterna! O se ciò non è consentito alla nostra preghiera e te pure incalzano i fati, accresci almeno la virtù dell'arcano liquore e ne rapisci coll'estremo tuo raggio! —
La brezza precorritrice dell'alba susurrava dolcemente fra gli alberi. I gigli, le mandragole e i gelsomini spandevano odore. Ascose tra i rami, gemeano le colombe il flebile verso amoroso. Era un senso di voluttà infuso per tutta la natura, un inno cantato su in alto alla gloria di Dio. Le ire codarde, le ambizioni, i tradimenti, si agitavano laggiù, nella città sottoposta, il cui frastuono a mala pena si udiva, come rombo di tempesta lontana.