«Il gran pesce era sparito; ma il sole splendeva nel firmamento, e di rincontro al sole si dipingeva nell'aria la luminosa striscia dell'arcobaleno. Smontò egli tosto, insieme con la moglie, una figliuola sua e il sapiente architetto. E scesi che furono dalla nave, s'inginocchiarono, per baciare la terra, indi, alzato un altare di pietra, adorarono gli Dei. Che avvenne egli poscia di loro? I rimasti nella nave, non vedendoli più ritornare, scesero alla lor volta, nè altrimenti li ritrovarono, sebbene con alte grida andassero chiamandoli in giro. Bensì videro la nuvola con l'arcobaleno impressovi su, e dalla nuvola udirono la voce di Chisutro, che sè, la moglie, la figliuola e l'architetto, come primi discesi sulla terra, annunziava rapiti in grato olocausto agli Dei; andassero i figli in pace e ripopolassero il mondo: scendessero nel paese di Sennaar, scavassero nelle fondamenta di Sippara, per ritrarne le tavole della legge sacra e i ricordi delle antichissime genti; indi vivessero felici, camminando nelle vie della giustizia e onorando i celesti che li aveano scampati dall'acque.

«Così fecero i figliuoli e nipoti di Chisutro, dopo avere offerto il sacrifizio su quella medesima ara, che egli aveva pur dianzi rizzata. Trassero fuori le sementi, e le sparsero nel grembo della terra; gli animali, e li mandarono liberi per mezzo alle selve. La gran nave fu lasciata lassù, dove gli avanzi rimangono tuttavia, e del bitume, già fatto come pietra salda e lucente, si cavano gli amuleti, che preservano dallo sguardo maligno, dai sogni nefasti e dalle male sorti gettate.

«Queste le memorie dei primi abitatori della regione di Sennaar. Ridiscesi i superstiti del diluvio alla pianura, e moltiplicatisi in tre figliuolanze, secondo il nome dei padri loro, che furono Zeruano, Titano e Jafeto, si posero a edificare, non lunge da Sippara, una novella città, alla quale, per esser eglino usciti salvi dall'acque invaditrici, imposero il nome di Babilu, ossia la porta di Ilu. E foggiata a mattoni la molle creta, e adoperato a guisa di malta il bitume tratto dalla prossima fiumana di Is, presero a murar la città. In pari tempo cominciarono a innalzare una torre altissima, la quale, giungendo con la cima alle nubi, fosse testimonio di loro possanza sulla terra.

«Ma erano eglino appena a mezzo il lavoro, che la discordia entrò nelle loro favelle, e il tremuoto e la folgore dispersero quei monti d'argilla. E Sem Zeruano, il maggiore tra i principi loro, avendo preso a tiranneggiare le genti, fu da Titano, detto altresì Cam nelle prische memorie, e da Jafet, cacciato a settentrione del paese di Sennaar. E dalla sua gente fu Cus, padre di Nemrod, il possente cacciatore al cospetto di Ilu. Questi incominciò a comandare su tutte le genti, dei quattro idiomi, e furono principio del suo regno, Babilonia, Accad, Calne ed Erech.

«Nel tempo suo, Assur, nato dal sangue di Sem Zeruano, dalle rive dell'Eufrate passò a quelle del Tigri, ove pose le fondamenta di Ninive, di Reobot, di Cala o di Resen. E, d'altra parte, Aìco, del sangue di Jafet, ricusando assoggettarsi alla possanza del figlio di Cus, andò co' suoi, rimontando l'Eufrate, fino alle terre di Ararat, ove pose sua sede. E Nemrod, da poi ch'ebbe stabilito saldamente l'impero della sua stirpe, fu tratto al cielo sull'ali poderose di Nisroc.»

— Se ciò sia vero, — pensò Ara in cuor suo, a quel passo della lettura, — lo dica il campo di Aiotzor, dove il Titano ebbe morte dallo strale del mio forte antenato. —

E reprimendo un sarcastico riso, che gli era venuto alle labbra, si dispose ad udire la continuazione delle memorie di Babilu.

Ma la regina, il cui sguardo innamorato ad ogni tratto si posava sul volto dell'ospite, notò quel moto delle sue labbra e con pensiero cortese si fece a interromper lo scriba.

— Il grande progenitore dei re di Babilonia, — diss'ella nobilmente, — è morto da prode in battaglia. Correggi i tuoi annali, o savio alunno della schiera di Casdim. Bene io credo che lo spirito di Bel Nemrod sia stato rapito in cielo dal signor delle sorti; ma il suo corpo, diligentemente plasmato di balsami e coperto di ricche vesti, riposa sulla collina di Keresman, nella tomba che la pietà del forte Aìco gli diede. È dei prodi non serbar l'odio, oltre la morte del nemico, e onorare con ogni lor possa la memoria dei prodi. —

A quelle parole di Semiramide si alzò Ara commosso, e nobilmente rispose.