— Tu fai più dolce al mio cuore il debito della gratitudine, o possente regina. Non è vile la stirpe di Aìco, ma quind'innanzi ella avrà per massimo de' suoi vanti l'essere stata esaltata dalle tue labbra, donde scorre il miele della cortesia, insieme con gli aromi della sapienza regale. Aìco, Armenàgo, Aramais, Amasia, Kegan, Arma ed Aràmo, progenitori miei, esulteranno nelle lor tombe di Peznuni, al soffio consolatore della tua lode. Grande è Babilonia e degna tu sei di regnare sul più forte popolo della terra, o bellezza sovrumana e altezza d'animo veramente divina. —

Le guancie della donna leggiadra si tinsero in colore di fiamma. Zerduste, il taciturno, a cui nulla sfuggiva, lampeggiò uno sguardo feroce.

— Possente signora, debbo io proseguire? — chiese umilmente lo scriba.

— A qual pro? Quindici età sono trascorse sotto la grand'ala di Nisroc, dacchè Babilonia è sorta sulle ubertose rive dell'Eufrate. Chi non ricorda le opere dei discendenti di Nemrod? Bab, Anuv, Arbel, Cael, il secondo Arbel e finalmente il gran Nino, che i sommi Dei hanno fatto partecipe agli onori celesti, scrissero la loro istoria su queste pareti, ne' sacri caratteri della gente degli Accad, e più chiaramente ancora nelle provincie conquistate di mano in mano all'impero. I Saci e gli Assùra a settentrione, i Medi ad oriente, gli Arabi e i Saba a mezzogiorno, i Nabatei, i Cusi, i Carbaniti e quanti son popoli sul mare del sole occidente, narrano abbastanza la gloria del popolo che ha nome dalle quattro favelle.

— Tu dimentichi, — soggiunse il re di Armenia, — le opere tue, le tue vittorie, o regina. Baki, nel paese di là dai Medi, e l'Indo lontano, donde il sole si leva, tremarono allo scalpito del tuo cavallo di guerra. Al gran Nino piacesti, così per l'alto valore e per l'animo eccelso, come per la splendida bellezza del volto. Figlia prediletta della Dea che ha il suo tempio in Ascalona, non diranno le storie i tuoi celesti natali?

— Non parliamo di ciò! — interruppe la regina. — In molte guise si spande e si tramuta l'adulazione del volgo. Io amo assai più apparire qual sono veramente, e chi mi conosce da presso m'avrà, spero, per migliore della mia fama a gran pezza. Più che nelle vane pompe della nascita arcana e nella gloria dei superbi trionfi, amo vivere onorata nella felicità del mio popolo.

— Gloria a Semiram! Possa ella vivere in perpetuo! — gridarono tutti gli astanti, in un impeto di devoto entusiasmo.

Ed Ara fu lieto di unir la sua voce a quella degli altri commensali. Ma una felicità, una ebbrezza pari alla sua, non era nel cuor di nessuno.

Tarda era l'ora, allorquando egli si alzò per toglier commiato.

— A domani! — gli aveva detto sommessamente la regina. — Debbo conferire di gravi cose con te.