— È la regina che mi parlerà domani? — aveva chiesto il garzone.
— Sì, e te ne duole?
— Oh no, — aveva egli aggiunto, sospirando; — ma le parole di Atossa tornarono più soavi al mio cuore.
— Ingrato! — esclamò la regina. — Non hai tu ritrovato Atossa sotto le spoglie regali di Semiramide? Così il re d'Armenia tenga fede alle promesse di Ara, come la regina di Babilonia ricorda di aver perduto il suo cuore nel recinto sacro a Militta. —
CAPITOLO VIII. La voce di sotterra.
Partita Semiramide dalla sala del convito, il re d'Armenia fu condotto nelle sue stanze dal cerimoniere di corte e da un drappello di giovani, che recavano faci per rischiarargli il cammino. Erano quelle stanze in un'ala lontana del palazzo, nei quartieri assegnati ai regali ospiti di Babilonia.
Colà giunto, Ara dimandò d'esser lasciato solo, ricusando gli uffizi dei servi, che erano posti a' suoi cenni. Egli aveva mestieri di raccogliersi, di ordinare i suoi pensieri confusi. E cotesto era pur necessario, dopo tanta varietà di strane venture, che gli facean creder quasi d'essere stato in balìa d'un sogno bizzarro. L'arrivo suo in Babilonia, il tempio di Militta Zarpanit, la bella sconosciuta, i felici amori suggellati da un sacro giuramento, la donna diletta poco stante ravvisata sotto spoglie regali, il fasto della corte, le grandi accoglienze, quel misto di fragranze e di voluttà, di splendori e di ebbrezze, ond'era stato ricinto, abbagliato e compreso, siccome un dio da una nuvola d'incensi, lo avevano tratto fuori di sè, gli avevano annebbiato l'intelletto, lo facevano dubitare, fremere, esultare, venir manco, quasi sentisse fallir sotto i piedi il terreno.
E invero, non aveva egli argomento di smarrir la ragione? Egli, il giovine re di poca terra tra i monti, sceso in Babilonia a tributo, egli conquistatore inconsapevole del più prezioso tesoro che al mondo fosse! Egli, venuto così a malincuore, con l'amarezza d'un triste ricordo nell'anima, egli in un giorno, in un'ora, amante riamato di quella regina, che pur dianzi abborriva! Così era; così aveva voluto il destino; ed egli, non pure lo ringraziava in cuor suo, ma temeva non fosse che un sogno, quella felicità di rapidi eventi, e implorava dagli Dei di non aversi a ridestare mai più. Donna celeste, e veramente nata di Dea, com'era ella mal giudicata da tutti! Ah, la gioventù è cieca, non sa di quanto lievi apparenze si vesta la menzogna, e porge troppo facile orecchio alle stolte voci del volgo. S'invidia, si odia e si calunnia così facilmente tutto ciò che sta in alto! In quella guisa che il fango calpestato schizza sulle vesti del viandante, la moltitudine, che striscia a terra, largisce ai grandi le colpe, i vizi, ond'è contaminata ella stessa.
Povera donna! Perchè ella era bellissima, in eccelso stato, buona e cortese, come tutte le anime grandi, sazia forse d'obbedienza e desiderosa di affetto, i vanagloriosi, gl'impronti, i profani sognatori di stragrandi fortune, avevano aguzzate fino a lei le cupide brame; e, respinti da lei, perchè una donna d'alto sentire conosce l'amor mentito e fuggevole così facilmente come il vero e profondo, s'erano riscattati delle altere ripulse, gittandole il loro fango sulle candide vesti. Egli è così facile infamare una donna! Non è ella tutta quanta nella vita del cuore? Nel cuore si può meglio, si dee soltanto ferirla. È donna; dunque impudica. È regina; dunque sanguinaria e crudele.
Povera Semiram! Lo aveva detto ella stessa, ed Ara ben ricordava le sue parole: «Nessuno amò la povera regina, nessuno! Ella è sola, si sente sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare. Ognuno in lei vede e desidera la regina; nessuno ha amata la donna».