Ed ora questa donna, che finalmente avea trovato chi meritasse l'amor suo, di quali cose aveva ella a conferire con lui? Gravi cose, avea detto; ma ve n'erano forse di tali, che non fossero quelle dell'amor loro? No certo, e pensandoci meglio, e meditando le ultime parole di lei, parve ad Ara di aver colto nel segno. E così in nube egli vedeva la sua diletta Armavir rappicciolirsi man mano, allontanarsi nel fondo e sparire. La sua Armenia, il reame con tanta cura e con tanto sangue difeso dalla cupidigia degli Accad e dalle correrie dei cavalieri Turani, doveva cadere per tal guisa in balìa de' suoi vecchi nemici? Egli, il pronipote di Aìco, avrebbe lasciata la sua piccola, ma nobile reggia tra i monti dell'Ararat, per salire sul trono di Nemrod? A cotesto intendevano le parole di Semiramide; cotesto traspariva dagli occhi, era voluto dalla potenza medesima dell'amor suo.

Ma, per contro, non c'era egli altra via? In cambio d'innalzarlo a sè, non potea la regina discendere a lui? Ninia era un adolescente: ma a qual principe ha mai fatto ostacolo l'età giovanile, per cinger corona di re? E Semiramide, fatta grande dalle nobili arti del regno, non sarebb'ella diventata grandissima, celebrata in tutte le età future, per alto esempio di amore, al cui cospetto impallidiscono e sfumano i gaudii del potere, i sogni dell'ambizione? Piccolo era il popolo aicàno, ma forte, ed egli, confortato dall'amore di quella donna, fatta compagna delle sue sorti, non dubitava di poterlo condurre animoso sul cammino della vittoria e di dare all'amata un nuovo regno, che nulla invidiasse all'antico.

In queste dubbiezze, in questi sogni dell'anima amante, si stava il giovane Ara; nè sempre pensando, imperocchè talfiata il pensiero ama posarsi e dormire, mentre gli occhi son desti, e vagano intorno, vedendo, senza guardare, o guardando, senza vedere.

Un mite chiarore si diffondeva per la camera dai lucignoli d'una gran lampada di rame, che pendea dal soffitto, illuminando le storiate pareti. Tenui fragranze di eletti aromi vaporavano da bracieri d'argento, collocati negli angoli. Poco lunge era il letto, sormontato da un sopraccielo di porpora e coperto d'una coltre, la cui lana era di cammello non nato. Ma rifuggendo ancora dal sonno, il re d'Armenia se ne rimaneva seduto sopra un lettuccio di morbidi guanciali, di contro al monopodio di cedro, il cui piede era bizzarramente intagliato, e la tonda lastra si nascondeva sotto uno di que' tappeti, vagamente intessuti, che mandava a Babilonia l'arte famosa di Tiro e di Sidone. Su quel tappeto era posata una lucernuzza da mano, e poco discosto da quella un rotolo di papiro, collocato per modo da attirare lo sguardo.

E tuttavia, il giovine Ara, così sovra pensieri com'era, non ci aveva anche badato. Più e più volte i suoi occhi s'erano volti a quel rotolo, ma senza che l'animo lo avvertisse del pari. Senonchè, in uno di quegli intervalli che l'innamorato garzone metteva nelle sue fantasticherie, gli occhi posarono tanto sul misterioso involucro, da destare la sua attenzione, e finalmente la sua curiosità.

Rimase un tratto dubbioso a guatarlo; indi stese la mano e lo afferrò, in quella che si accostava alla fiamma della lucerna, per considerarlo più da vicino. Un suggello di argilla rossa chiudeva il margine del foglio, e in quel suggello si vedeva l'impronta d'un cigno. Un brivido gli corse, a quella vista, per l'ossa. Il cigno era l'emblema consueto di Sandi, del soave cantore, amico dell'anima, compagno fedele della sua giovinezza.

Che voleva dir ciò? Un senso d'angoscia ineffabile penetrò il cuore del giovane, e una voce arcana gli bisbigliò nel profondo che in quel rotolo suggellato si chiudevano le sorti della sua vita.

Sandi! Che voleva in quell'ora l'estinto da lui? Veniva forse a rimproverarlo di qualche suo mancamento verso la memoria dell'amico? Egli per fermo non lo aveva dimenticato; ma doveva egli altresì chiudere ad ogni affetto il suo cuore? E perchè il triste fantasma veniva egli a turbargli il suo primo giorno di gioia?

Ma forse la presenza di quel ricordevole emblema altro non era che un giuoco del caso. Ara lo sperò e ruppe avidamente il suggello.

Pochi versi di scritto, ne' caratteri accadii, allora comuni alle genti della pianura e della montagna, si leggevano sulla interna faccia del papiro, i primi nereggianti e visibili, gli altri man mano più incerti e sbiaditi.