— Deponi il tuo ferro! — diss'egli con piglio severo al giovine Ara. — A nulla potrebbe esso giovarti qua dentro. —

Ara si tolse dalla cintola il coltello dalla impugnatura gemmata, che avea preso con sè, innanzi di perigliarsi nella scala misteriosa. Frattanto, si volse a guardare il suo introduttore, di cui fino a quel punto egli non conoscea che la voce.

Era questi un uomo di alta statura, di membra robuste, ma la sua faccia non era dato vederla. Anch'egli portava un velo nero ravvolto intorno al capo, siccome il guerriero che vigilava l'ingresso.

Deluso nella sua onesta curiosità, il re d'Armenia si inoltrò dal vestibolo fino al limitare d'una gran sala, le cui pareti si vedevano impresse di simboli svariati e di segni arcani, che accennavano a scritture di popoli stranieri. Se egli avesse potuto por mente a tali cose, gli sarebbero apparse in que' simboli le deità antiche di Mesraim, poste colà a riscontro di quelle del Gange, e delle più vicine di Bakdi; nelle arcane leggende egli avrebbe poi ravvisati i caratteri sacerdotali dei tre popoli, a cui si riferivan quelle sacre figure.

Ma il giovine non si trattenne a guardar le pareti, i suoi occhi essendo corsi ad un palco che sorgeva nel fondo, dietro a cui, siccome a tribunale di giustizia, stavano seduti tre uomini, o, per dire più veramente ciò che gli apparvero, tre simulacri d'uomini immoti, vestiti di candide stole, cinte le tempia di bende dorate, le quali scintillavano per mezzo a' veli, ond'erano coperti i venerabili aspetti. Aveva uno di loro tra mani il fiore del loto, emblema della vita; l'altro una foglia di papiro, sacro ai dettami della sapienza; il terzo un ramoscello di amòmo, dell'ottima tra le piante.

Una negra cortina scendeva dall'alto, dietro alle loro spalle, celando l'adito sacro, il penetrale del tempio. Sui lati, e sotto il lume di parecchie lampade pendenti da bracciuoli di bronzo, il re d'Armenia vide altre figure, ma coperte di nero dal capo alle piante, siccome il suo introduttore, immobili, con le mani appoggiate sul pomo di lunghe spade, dalle cui larghe lame a due tagli balenava una luce sinistra.

Il giovine era rimasto tra ammirato e confuso, a guardare quei tre, che bene non sapeva discernere se uomini o spiriti, o muti simulacri di Dei. Ma poco stante, uno di loro si fece a trarlo di dubbio, rivolgendogli la parola in tal guisa:

— «Fatti innanzi, profano! Dalle vie dell'errore, tu giungi alla luce del vero. Alla nuova aurora tornerai tra i viventi, ma rigenerato, più savio e più forte di loro. Nulla di ciò che hai veduto ed udito, nulla di ciò che vedrai ed udrai, ha da uscirti dal labbro. Non giurare; ciò non t'è chiesto; ciò non è necessario. Quelle spade che vigilano il nostro tribunale, ti seguiranno invisibili ovunque. Oltre di che, il varco per cui se' giunto fino a noi, fu aperto dalle possanze arcane, e già non ne resta più traccia. Nessuno aggiusterebbe fede a' tuoi racconti; ognuno li avrebbe per sogni di mente inferma, frutto dei vapori perniciosi del liquor della palma. Gli uomini hanno occhi e non vedono, orecchi e non odono; soltanto a pochi eletti è dato di conoscere il vero, che si nasconde sotto l'aspetto ingannatore, o manchevole, delle cose create.

«Invero, l'uom savio ha due viste; quella infida dei sensi, e l'altra, più pura e più certa, dell'anima. Egli ha altresì due scienze: quella che insegna al volgo e quella che custodisce gelosamente per sè. La prima è involucro, la seconda è sostanza; quella adombra, questa disvela; nell'una è il simbolo, nell'altra la ignuda ragion delle cose. Tre diverse dottrine, ad esempio, ti stanno dinanzi: Memfi, Battro, Ayodìa. Il Nilo, l'Arasse ed il Gange, sono i tre fiumi per cui primamente è discesa la sacra verità. L'Eufrate, nelle sue torbide acque non travolge che errore; però sia maledetto, fino a tanto egli scorra ossequente ai superbi regnatori della stirpe di Nemrod.

«Costoro, violenti, oltracotanti e feroci, radunarono sotto il loro scettro le genti sparse sulla pianura, non popolo vero, ma avanzi di un popolo, che la collera dell'Eterno aveva sepolto tra l'acque. Naufraghi campati a fatica, non videro che sè medesimi al mondo, e dissero: ecco, i forti siam noi! Tirannica mistura di favelle, di credenze e di costumi, pretendono di dettar leggi alle più antiche nazioni della terra del sole. Già le loro armi hanno invase le regioni sacre dell'Iran, dove regna il purissimo culto della parola di Dio. A mezzogiorno, di là dai vinti Nabatei, già volgono il cupido sguardo agli avventurosi figli di Mesraim, dov'è prosperità d'arti e scienze, dove l'ascosa verità si adora in effigie e templi degni di lei. Nè basta. Per mezzo ai popoli vinti, non domi, della stirpe di Iavan, ai Medi, ai Battriani, ai Sogdiani, s'inoltrano audaci ad insidiare i remoti confini dell'India. Dove non corre, in quali imprese non si periglia, lo sterminato orgoglio degli Accad? Non hanno essi, nel loro folle ardimento, tentato di giungere al cielo? Rispetteranno essi alcuna parte di terra, che faccia ostacolo ai mostruosi disegni della loro ambizione? E l'Armenia, alle cui balze ospitali si erano essi aggrappati nel grande naufragio, non tentarono forse di assoggettarla del pari? Il grande Aìco rintuzzò l'orgoglio dei superbi, ma essi non hanno già dimenticalo lo sbaraglio del loro esercito, e fremono vendetta della uccisione di Belo. Fatti possenti su noi, si scaglieranno su te. Aquila delle montagne, vuoi tu collegarti con noi, per fiaccare questa minacciosa potenza, per distruggere il covo dei serpenti che tutti ne stringerebbero un giorno nelle molteplici spire?»