— Io sono, — rispose Ara, — l'alleato della regina.
— Il tributario della regina eri tu, ed oggi sei lo schiavo della donna. Sì, schiavo, ed imbelle; non ti sdegnare; qui tutto è noto. Chi ti ha chiamato quaggiù nulla ignora dei tuoi facili amori. Lui forse pretenderesti ingannare? —
Il giovine, che già, nell'impeto dell'ira, aveva dato un sobbalzo, chinò raumiliato la fronte. Un turbine di confusi pensieri lo assalse. Che era egli tutto ciò che udiva? E tra qual gente era egli disceso? Lo avevano chiamato alla luce del vero, nel regno delle ombre, in mezzo a spiriti arcani; ed ecco, si vedeva in balìa di uomini congiurati. Per altro, la chiamata di sotterra non eragli apparsa nel misterioso papiro come cosa sovranaturale? E se l'estinto amico doveva mostrarsi ai suoi occhi, non erano quei tre uomini velati gli arbitri del passato e del futuro, credibili e venerandi maestri di alto sapere alla sua mente in angustie?
Il dubbio del giovine non isfuggì per fermo allo sguardo acuto del suo interlocutore; il quale fu pronto a soggiungere:
— La verità dee risplenderti intiera. Per gli increduli, ella si cela dietro a questa negra cortina, che ci basterà sollevare. Pei credenti, ella si svolge dai penetrali del pensiero, raccolto saviamente in sè stesso. Tu sceglierai. Prepàrati ora al grande arcano, ascoltando la voce del vero, che si sprigiona dai veli discreti delle sante dottrine. Le storie dell'errore ti furono narrate poc'anzi, tra i fumi del regio convito; odi ora le nostre. Ma anzitutto, bevi alla coppa ospitale, purifica il tuo cuore coi tre sorsi della sacra bevanda. —
Uno dei muti servi del misterioso tribunale si mosse allora, e profferse al re di Armenia una coppa d'argento, in cui tremolava un liquore biancastro. Egli vi intinse tre volte le labbra, e il liquore gli seppe di dolce, misto con alcun che di aromatico e di frizzante al palato. Indi si assise su di uno scanno, che gli era pôrto in quel mezzo, e stette in attesa, guardando i tre uomini velati.
Allora uno di essi, quegli che aveva tra mani il fiore del loto, cominciò in questa guisa a parlare.
CAPITOLO X. La dottrina dei savi.
«Uno è il Dio vero, uno per tutti i popoli della terra; ma la sua semplice e profonda grandezza non risplende che allo intelletto dei savi, mentre il volgo lo intravvede a mala pena da lungi, siccome lampo tra nubi, e lo adora moltiplicato nelle sue manifestazioni terrestri, ascoso nel fitto involucro dei simboli, trasformato in mille guise e parvenze, come porta l'indole varia e il costume mutevole delle genti. Uno per tutti, egli è trino in sè stesso; alto mistero disvelato a pochissimi, contemplatori, custodi ed interpreti della sublime verità, che tu sei per grande ventura chiamato ad intendere.
«Odi colui che siede alla mia manca, il savio di Mesraim; egli ti dirà ciò che è scritto nel sacro papiro, chiuso agli sguardi profani. Prima di tutte le cose ora esistenti, era un Dio, immobile nella sua unità. Chi sei? gli domandò il savio, prostrandosi nella polve davanti a lui. E allora per mezzo alla gran notte scintillarono le tre sacre parole Nuk pu Nuk (Io son chi sono). Egli il solo generatore in cielo e sulla terra, nè egli è generato; egli il solo Dio, generator di sè stesso, che è fin dal principio, increato creator d'ogni cosa. Da lui, che ha tra gli uomini il nome di Knef, emana Fta, lo spirito onnipossente; da ambi procede Oro, o Frè, il demiurgo celeste.