«Odi colui che siede alla mia destra, il savio di Bakdi, nella terra di Javan; egli ti dirà ciò che è scritto nel libro della legge a lui dettato nella caverna del monte Elburz, dagli spiriti immortali. Da principio era Zervane Acherene, l'essere assorto nella propria eccellenza, il tempo senza misura, l'eterno senza estremità e senza radice. Con lui ed in lui esisteva Honnover, il verbo, procedente da lui, fonte ed esempio d'ogni perfezione, produttore degli esseri. Da lui è nato Ahuramazda, il principio del bene; da lui Ahrimane, il principio del male; ambedue in lotta continua tra loro, fino alla consumazione dei secoli.

«Seguimi ora con la mente, seguimi alle fortunate sedi degli Aria, alla sacra vetta del monte Merù, culla del vero, che illuminò l'universo. Dal grembo di Jarvam Akiaram, il tempo senza misura, esce Brama, il dio che esiste per sè medesimo. Egli è in ogni cosa, ed ogni cosa è in lui. Il Grange che scorre, il mare che rugge, il vento che freme, la nube che tuona, la folgore che splende, tutto è sostanza, forma, immagine sua. Il creato era nella sua mente fin dall'eternità; tutto ciò che esiste reca l'impronta della sua mano. Egli è la vita e il moto; egli Naraiana, lo spirito che va sulle acque; egli il creatore del mondo e degli spiriti inferiori, che attestano la sua gloria. In lui sono tre essenze e l'una procede dall'altra. Brama il creatore, Visnù il protettore, Siva il trasformatore d'ogni cosa.

«La luce, l'aria, le acque e la terra, sono opera di Brama. Egli dall'anima sua alitò la vita comune alle piante e ad ogni sorta d'animali: dall'anima sua la coscienza, l'intelletto e la parola nell'uomo. Fu questa l'ultima creazione del Dio; e l'uomo, per volere di Brama, fu da più di tutti gli animali della terra, inferiore soltanto agli spiriti celesti[2].

«Ora, siccome le piante e gli animali furono creati per modo che potessero riprodursi, così avvenne dell'uomo, che fosse creato in due corpi, maschio e femmina; al primo dei quali Iddio diede la maestà e la forza, al secondo la bellezza e la soavità. E al maschio impose il nome di Adìma, che significa il primo uomo: alla femmina il nome di Eva, cioè a dire compimento di vita.

«Andate, diss'egli poscia, amatevi e procreate esseri che siano a somiglianza vostra sulla terra, fino a' tempi più lontani da voi. Io, signore di ogni cosa che esiste, vi ho creati perchè m'adoriate tutta la vita, e tutti coloro che crederanno in me parteciperanno alla mia beatitudine, dopo la consumazione dei secoli. Insegnate ciò ai figli vostri, affinchè eglino si ricordino di me; imperocchè io sarò con esso loro, fino a tanto pronunzieranno il mio nome.

«E avendoli collocati in un'isola, di cui non è la più bella, nè la più ricca, sui mari, il sommo Iddio proseguì:

«Sia vostro ufficio di popolare questo lembo felice di terra, e di spargere il mio culto tra coloro che di voi nasceranno. Tutto l'altro del mondo è inabitabile ancora; ma se in progresso di tempo il novero dei figli vostri crescesse in tal guisa che l'isola non bastasse a nutrirli, lasciate lor detto d'interrogarmi in mezzo ai sacrifizi, ed io farò loro conoscere la mia volontà.

«Ciò detto, disparve. E in quel punto Adìma si volse alla sua giovine compagna; la guardò, e il sangue gli riarse nelle vene, alla vista di così splendida bellezza. Ella stavasi ritta dinanzi a lui, sorridente nel suo virgineo candore, palpitante d'arcani desiderii. Il morbido volume dei neri capegli le ricadeva disciolto sui bianchi òmeri e intorno al colmo seno, che l'interno tumulto degli affetti incominciava a commuovere.

«Adìma le si avvicinò trepidante. Lontan lontano, il sole stava per inabissarsi nell'oceano e i calici dei fiori si alzavano desiosi per suggere le vespertine rugiade; migliaia d'uccelli variopinti cantavano tra i rami il loro inno all'amore; le lucciole fosforescenti cominciavano ad aliare per l'azzurro dell'etra e tutti i mille rumori dell'operosa natura salivano a Brama, che si rallegrava in cuor suo, dall'alto delle celesti dimore.

«Ed in quel punto, Adìma stese la mano a carezzare le morbide chiome fragranti della sua vezzosa compagna. Egli sentì come un tremito scorrere per le membra di lei, e quel tremito invase eziandio le sue vene. La strinse allora tra le sue braccia e impresse il primo bacio sul viso della donna diletta, sommessamente chiamandola per nome. Adìma! mormorò ella con soavissimo accento, e tremante, confusa, si abbandonò nelle braccia di lui.