«La lieta verzura, che i due infelici aveano veduta colà, non era che una mostra ingannevole, suscitata dal principe degli spiriti malvagi, per tirarli alla disobbedienza. Adìma conobbe allora il suo fallo, e così perduto dell'animo, com'era stato baldanzoso da prima, cadde piangendo sull'inospite arena. Ma in quel punto Eva gli si accostò, pose le braccia intorno al suo collo e gli disse: — Non ti affliggere, amor mio; preghiamo in quella vece il Signore, che voglia condonarci il nostro peccato!

«E una voce si fece udir dalla nube, che parlò ad essi in tal guisa: — Donna, tu hai peccato soltanto per affetto all'uomo, che io ti ho comandato di amare, ed hai posta in me la tua fede. Io ti perdono, ed anche a lui, mercè tua. Ma udite; voi non riporrete più il piede in quel luogo di delizie, che io avevo creato per la vostra felicità. A cagione della disobbedienza vostra, ecco il malvagio ha invaso la terra. I figli vostri, condannati a patire e a romper le glebe in penitenza del vostro fallo, intristiranno nel corso dei secoli e dimenticheranno il mio nome. Non piangere, o donna; il dì della clemenza verrà. In quel giorno, Visnù prenderà umana veste nel grembo d'una figlia tua, recando a tutti la mia parola, e con essa la speranza di un premio futuro e il modo di alleviare i lor mali nella ardente preghiera.

«Raffidàti dalla voce di Brama, si alzarono i due piangenti da terra e ripigliarono la via dell'esilio. Ma, da quel giorno, furono costretti a duro travaglio, per ottenere il nutrimento dal suolo.

«E, giusta il comando di Dio, si venne popolando la terra. I figli di Adìma e di Eva si moltiplicarono ed intristirono per guisa, che più non poterono durarla in pace tra loro. Dimenticarono essi il nome e le promesse di Dio, ed egli si stancò finalmente del rumore di loro aspre contese. La sua folgore tuonava tra le nubi, salutare ammonimento ai perversi; ma gli uomini non conobbero la voce di Brama, e il re Dayta non si peritò di scagliare le sue maledizioni alla folgore, minacciandola, se non tacesse, di salire co' suoi guerrieri alla conquista del cielo.

«Allora il Dio deliberò d'infliggere alle sue creature un tremendo castigo, che fosse d'insegnamento ai superstiti e alla discendenza loro. E avendo rivolto lo sguardo sulla terra, per conoscere tra tutti l'uomo non indegno della celeste clemenza, vide il giusto Vaiwasvata e si rallegrò delle opere sue.

«Il virtuoso uomo, l'unico che ancora temesse ed onorasse il Signore, faceva le sue mattutine abluzioni nelle sacre acque della Viriny. E in quel mezzo, un pesciolino, dalle squame lucenti di vivi colori, venne a lui con le ultime spume del flutto.

«Salvami, disse il pesciolino a Vaiwasvata, imperocchè i più grossi di me, che vivono nei fiume, minacciano d'ingoiarmi.

«Impietosito, il sant'uomo lo colse, lo ripose nel vaso di rame, che gli serviva ad attinger acqua dal fiume, e lo portò sotto il suo povero tetto. Ma il pesciolino incominciò a crescere ad occhi veggenti, per modo che, non bastando un più capace vaso a contenerlo più oltre, Vaiwasvata fu costretto a recarlo in uno stagno vicino.

«Uomo virtuoso e benefico, disse il pesce, che andava crescendo a dismisura, portami nel Gange.

«Come lo potrei io? chiese Vaiwasvata. Io non ho forza da tanto.