«— L'anima mia ha sete di conoscerti e di liberarsi dalla sua spoglia mortale, per godere la beatitudine celeste, per essere rapita nella tua luce. —

«Indi, rivoltosi al sole, che sorgeva glorioso sulla via del firmamento, così cantava il savio Adgigarta:

«— O radiante e splendido sole, accogli quest'inno che io sciolgo alla tua virtù senza pari.

«— Accogli, te ne prego, la mia invocazione; scendano i tuoi raggi a visitare il mio spirito desioso, come un garzone innamorato che vola ai primi baci della donna diletta.

«— O sole, o tu che illumini la terra, e la cui luce feconda ogni cosa, proteggimi.

«— Meditiamo il tuo mirabile splendore, o purissimo sole; rischiari esso e volga alla sua meta il nostro intelletto.

«— I sacerdoti, con olocausti e cantici, t'onorano, o purissimo sole, imperocchè la mente loro scorge in te la più bella fra le opere di Dio.

«— Avido di nutrimento celeste, io imploro con umili preghiere i tuoi doni preziosi, o sublime e fulgido sole! —

«Così pregava Adgigarta, uomo pio e caro al Signore. E Pavàca, il suo sapiente maestro, gli disse un giorno, nell'atto di dargli in presente una giovenca senza macchia e inghirlandata di fiori: — Ecco il dono che Brama ci raccomanda di fare a coloro i quali hanno posto fine allo studio del Veda. Tu non hai più mestieri de' miei insegnamenti, o Adgigarta; pensa ora ad ottenere un figlio, il quale possa compiere sulla tua sepoltura le cerimonie, che ti schiuderanno la dimora dei cieli.

«Padre mio, rispose Adgigarta, e come lo potrei io, il quale non conosco donna veruna? Il mio cuore ha sete di affetto, ma non sa a cui rivolgere la sua prece.