«Il che udendo Adgigarta, si contristò grandemente. E caduto a terra, nell'impeto del dolore, gridò: Parvàdi! o diletta mia! Che dirai tu, quando io tornerò solo alla soglia domestica? che potrò io risponderti, quando tu mi chiederai del nostro amato figliuolo?
«E in tal guisa si dolse fino a sera, non potendo risolversi a compiere il funesto sacrifizio, nè osando disobbedire all'Eterno; mentre Viashàgana, d'animo saldo oltre l'età, veniva pregando il padre che volesse immolarlo, giusta il comando divino. A ciò finalmente si dispose Adgigarta; con mano tremebonda legò il fanciullo all'altare, e già, brandito il coltello di pietra, stava per ferirlo alla gola, allorquando Visnù, sotto la forma di una colomba, venne a posarsi sul capo innocente. — O Adgigarta, diss'egli, rompi i legami della vittima e disperdi la stipa raunata. Iddio è contento della tua obbedienza, e tuo figlio, per la fortezza dell'animo, ha trovato grazia appo lui. Viva egli lunghi anni, e felici, imperocchè dalla sua discendenza nascerà l'aspettata Devanaguy, nel cui seno io ripiglierò forma mortale, per la salvezza degli uomini.»
CAPITOLO XI. Il fantasma.
Altro aggiunse, narrando, il savio che aveva tra mani il simbolico fiore del loto. Parlò della incarnazione di Visnù, che già era l'ottava, dopo la creazione del mondo. Egli era venuto (diceva), egli era venuto, il divino Paramatma, ossia l'anima dell'universo, nella prima ora del Cali yuga, che era la quarta età del mondo; egli era venuto, più dolce del miele e dell'amrita celeste, più puro dell'agnello senza macchia e del labbro d'una vergine; egli era uscito dal grembo della Devanaguy, ad aveva riconciliato Brama con la sua creatura. Un fremito sovranaturale aveva invaso l'aere ed il suolo; voci misteriose avevano dato l'annunzio ai santi eremiti nei boschi; i Gandarvi avevano fatto suonar l'etra di loro celestiali armonie; le acque del mare avevano esultato dai gorghi profondi; i venti si erano infusi di elette fragranze; al primo vagito di Crisna la natura aveva riconoscito il suo alto signore.
Così aveva proseguito il savio dal fiore di loto, e i due venerandi compagni avevano chiarito quanto ci fosse nelle sue parole di conforme alle loro istesse dottrine. Avevano inoltre notato come que' santi veri fossero antichi di antichità sterminata, e come quell'ultima teogonia risalisse a mille e più anni addietro, fin oltre la medesima età che assegnavano alla lor torre delle lingue i sacerdoti degli Accad. Invero, quei superbi figli di Cus, venuti per mezzo alle arene del deserto sulla terra di Sennaar, poveri di storia, o dimentichi del loro passato, non avean fatto altro che accogliere le sparse leggende e i primi racconti degli Aria, confusi insieme con le oscure memorie dei nomadi figliuoli di Sem, per guastarne il senso arcano e far dell'impuro miscuglio un fondamento alla loro mostruosa idolatria. Ben più antica soggiungevano i tre savi velati essere la stirpe umana, che non la facessero i Casdim; la luce del vero esser dono d'Oriente, siccome la stessa luce del sole.
Dicevano; ma il giovine Ara, o non udiva già più i loro profondi ragionari, o molto confusamente li udiva, e senza coglierne il senso. In quella guisa che per vapori esalati sul far della sera dalla superficie d'un lago, s'ingombra di fitta caligine la silenziosa convalle, così a grado a grado, lentamente, erasi offuscato l'intelletto del giovine. Ammirato da prima, colto al fascino di quella grave parola, aveva seguito con avida cura il discorso del savio, siccome avrebbe ascoltato, là nella sua reggia d'Armavir, la canzone d'un poeta, o il racconto d'un ospite pellegrino, o un passo delle prime istorie di una stirpe, dal labbro d'uno scriba ossequente. Ma a poco a poco un'insolita stanchezza, un torpore, quasi un senso grave d'ebbrietà, gli eran venuti serpeggiando nelle fibre, gli avevano intorbidita la mente e prostrate le forze. Di tratto in tratto tentava riscuotersi; qua e là afferrava una frase, un concetto, ma senza potere altrimenti seguire nel suo corso il ragiomento dei tre venerandi. E quelle frasi, quei concetti slegati erano come faville, che guizzano e si disperdono nel buio; passavano davanti agli occhi della sua mente e fuggivano.
Si avvidero i tre dello stato in cui era il re d'Armenia, e ad un lor cenno si fece innanzi il coppiere, profferendogli la tazza ospitale, colma d'un liquore verdognolo. Bevve egli avidamente a ripetuti sorsi e si sentì come rinascere. La bevanda avea grato sapore; dava senso di frescura alle fauci riarse, e, destandogli le forze languenti, gli snebbiava altresì l'intelletto. Così almeno a lui parve.
— Bevi: — gli diceva frattanto uno dei tre; — tu hai d'uopo di rinfrancarti le membra e lo spirito. Le prove ti riuscirono faticose e la parola del vero ti è tornata molesta....
— Non già! — si affrettò il re d'Armenia a rispondere. — Cara mi è giunta, come mi fu sempre caro di udire gl'insegnamenti dei savii. Le vostre parole, o venerandi, neppur mi vengono nuove del tutto; esse mi ricordano, sebbene alla lontana, cose già udite nella mia adolescenza, dal labbro di santissimi uomini, tra' miei monti natali.
— Il vero, — rispose quell'altro, — è come il sole; esso spande un raggio della sua luce dovunque. Del resto sono a noi congiunti di sangue gli Armeni, non già derivati dalle genti della pianura, come favoleggiano i Casdim. Questi vanagloriosi credono di aver essi popolata la terra, essi, gli ultimi venuti nel Sennaar, su questa foce del gran fiume ariano, che inonderà, fecondandolo, il mondo. Vogliono esser diga; saranno soverchiati e dispersi. Come Dio è uno e trino, così una e trina è la verità. Iran, Javan, Mesraim, il Gange, l'Arasse ed il Nilo, si collegano per abbattere la mostruosa possanza dei figli di Nemrod. La tua schiatta, o re, procede dal nobile ceppo degli Aria. Il forte Aìco avrebbe egli dovuto pugnare contro l'esercito di Nemrod, se gli eroi dei due campi fossero stati del medesimo sangue? Disgiunti di famiglia e nemici allora, durano nemici pur sempre, e, quel che è peggio, non sono più pari, come allora, le forze. Troppo è divenuto possente il popolo di Kiprat Arbat e nella insperata felicità di sue sorti vagheggia ambizioso la padronanza del mondo. Ogni terra, felice di popolo, di naturali dovizie e di utili industrie; Tiro e Sidone, coi loro drappi di bisso, tinti nei vaghi colori della porpora; le isole del mar d'occidente, coi loro candidi marmi e col più meraviglioso candore delle bellissime schiave; Mesraim, co' suoi nobili aromi e coi finissimi lini; Ofir, con l'oro e col cedro; Bakdi, coi poderosi cammelli e colle gemme preziose; l'India lontana, con le sue molli lane variopinte e co' tenui veli intessuti d'argento; l'Armenia, co' suoi corsieri veloci come il soffio della tempesta: ecco le invidie, i desiderii, le cupidigie di questi ladroni. Nuotano essi nelle delizie, si sprofondano nelle voluttà, imperocchè li affida il genio guerresco di Semiramide, che rassodi le prime conquiste e ne faccia di nuove all'intorno, vuoi con aperte guerre, vuoi con infinite alleanze ed amicizie.... le quali pagan tributo.... —