Ara senti il colpo e chinò gli occhi a terra, senza risponder parola. Frattanto quell'altro proseguiva, incalzando.

— Ah, facil maestra d'inganni è costei! La sua bellezza, che, la mercè di arcani filtri, resiste alle ingiurie del tempo e sfida gli struggimenti delle protratte vigilie, è pari all'albero della morte, al cui meriggio posando, l'incauto pellegrino s'addormenta in eterno. Te pure, o generoso, ella ha colto ne' suoi lacci, come altri prima di te. Ma costoro negl'incantesimi suoi perdettero solamente la vita: tu perderesti la vita in pari tempo e l'onore della tua fortissima schiatta. —

Udì le dure parole il re d'Armenia, e non ne prese sdegno, siccome qualche ora innanzi egli avrebbe pur fatto. Ma il dubbio, atroce dubbio, gli lacerava il cuore; ma la fede in quei tre uomini velati gli era cresciuta nell'anima. Infine non dovevano costoro, potenti sugli spiriti invisibili, dargli le chiare, le certe, le incontrastabili prove di tutto ciò che asserivano? Queste prove attendeva, a queste mirava, di null'altro gli importava in quel punto. E il capo gli ardeva; il sangue ribolliva nelle vene, gli martellava concitato alle tempie.

— Lasciamo di me! — gridò egli, che temeva, desiderava, e ad ogni modo, per quelle dirette allusioni del suo interlocutore, sentiva vicina la catastrofe. — Di lei, dell'amor suo, della fine di Sandi, io vi chiedo; non per altro son io disceso quaggiù. Perdonate, o venerandi, alla mia impazienza, alla mia soverchia cura di cose terrene; ora io non sono già più signore di me. Mi avete soffiato il dubbio nell'anima; mostratemi il vero; esso sarà sempre meno acerbo del dubbio. M'ingannò quella donna? E sia; svanirà il mio sogno, cadrà la mia corona nel sangue, morrà con me la stirpe d'Aìco.... Ma che io n'abbia le prove! Che il vero, l'amarissimo vero, mi si mostri in tutta la sua dolorosa pienezza!

— Tu lo vuoi, e sia! — disse il savio dal flore di loto. — Virtù dormenti della natura, idee madri di ciò che è, incancellabili parvenze di ciò che fu, ripigliate forma visibile davanti agli occhi del re. Gli sia mostrato da voi quanto egli ebbe di più caro sulla terra, e così vivamente, che i sensi di lui, offuscati finora dal dubbio, non ricusino più oltre la testimonianza del vero. Schiuditi, adunque, misteriosa cortina, che ci nascondi il passato! —

Una mano invisibile fe' scorrere, a quel comando, gli anelli della negra cortina, che partita in due si ritrasse sui lati, lasciando scoperto un largo spazio nel mezzo. Nulla vide il re d'Armenia là dentro; nulla più vide intorno a sè, il lume delle lampade essendosi spento ad un tratto.

— Noi ti lasciamo; — disse la voce dei savio, allontanandosi da lui. — Volgi in quel nero spazio tutta la possanza del tuo desiderio; aguzza lo sguardo e prega Iddio che t'illumini. —

Il giovine Ara si sentì solo un'altra volta. Tese l'occhio obbediente, rimase a lungo aspettando, e finalmente gli parve che il buio si rischiarasse di mano in mano. Era dinanzi a lui come una superficie piana, levigata, ma trasparente in pari tempo e profonda, entro la quale si veniva disegnando lentamente alcun che d'incerto e di mutevole, incognito, indistinto di ombre e di barlumi, di forme e di colori nascenti. Che voleva dir ciò? E come chiarire a sè stesso l'arcano di quel doppio aspetto del piano e del profondo, del diritto e del concavo? Avea trasparenza d'acqua tranquilla, ciò che egli vedeva; ma come potea l'acqua rimanersi in tal modo sospesa nell'aria, a somiglianza di velo? No, acqua non era quella per fermo; imperocchè come avrebbero potuto prodursi nel suo grembo opaco quelle forme svariate, e crescere, illuminarsi, assumer contorni e colori? Ecco, di fatti; alla sua destra si protendeva una massa scura, si allungava il ciglione, si partiva in creste e sporgenze, indorate dal sole. Più indietro erano colline digradanti, quali tinte d'azzurro, perchè più lontane, quali di violetto e di verde, seminate di punti bianchi e lucidi che si facevano più frequenti nel basso verso la sponda d'un lago, la cui superficie si vedeva increspata dalle lievi brezze del nascente mattino.

— Peznuni! — gridò il giovine, compreso di maraviglia.

E tutto intento, ansioso, palpitante per memore affetto, si stette egli rimirando quella magica scena, che prendeva sembianza di vero davanti al cupido sguardo, e cercando con assidua cura e ritrovando di mano in mano i cari luoghi, le balze sporgenti, le insenature, i margini del lago, gli edifizii, e via via tutte le cose più riposte, di cui gli tornavano in mente le immagini. Di pari passo con le sue ricordanze, quasi rispondendo ai suoi desiderii, usciano lucide forme dalla vaporosa penombra, e il quadro si faceva sempre più vivo. Sì, erano quelli i suoi monti; quella era la rocca di Van; quel colmo di case che biancheggiava là in fondo, era Armavir, la sua diletta Armavir; quegli alberi verdeggianti eran pure i sacri platani di Peznuni; quella candida striscia serpeggiante lunghesso la sponda del lago, era il fiorito sentiero che egli adolescente avea corso e ricorso le tante volte in compagnia dell'amico.