— Ella? chi?
— Atossa, la tua leggiadra ed amatissima Atossa.
— Atossa! — balbettò Ara tremante. — Io non t'intendo....
— Sì, — soggiunse il fantasma, — non è egli forse questo il nome che la perfida donna assume, a nascondere i suoi amori feroci? Vana cura del resto! Ella è ben nota in tutte le opere sue, l'impudica. Ognuno la conosce in Babilonia, e la fugge. Si teme la regina e si disprezza la donna. Però, non amore, ma ripugnanza per lei, per la notturna cacciatrice degl'incauti stranieri!
— Ah! dici tu il vero? — gridò Ara ferito nel profondo dell'anima, e in quella parte più gelosa, che l'uomo vorrebbe ascondere, non pure altrui, ma a sè stesso.
— Può il labbro d'un estinto mentire? — gli chiese Sandi, con accento severo. — E, vivo ancora, hai tu mai potuto notarlo di menzogna, l'amico della tua fanciullezza? —
E così dicendo, il fantasma si veniva facendo più pallido nell'aspetto, più incerto ne' contorni, a guisa di visione che si dilegui, o di sogno che abbandoni il capezzale d'un dormente.
— Ah no, Sandi, fermati, non mi lasciare così! — proruppe Ara, tendendo le palme verso le amiche sembianze. — Io non dubito già delle tue parole; dubito di me, della vita, di tutto, poichè la mia fede in quella donna s'è scossa.
— Tanto ti aveva ella ammaliato! — sclamò Sandi, tornando a lui e guardandolo con aria di profonda mestizia. — E forse domani ancora...
— Ah no, non temere! Io non vedrò più quella donna; lo giuro pei sacri platani di Peznuni; pel sangue di Aìco, lo giuro. Uccider te, mio Sandi! Te, il più caro, il più nobile, il più affettuoso degli uomini! E potrei io più avvicinarmi a costei, senza sdegno, accogliere i suoi baci senza ribrezzo? Ma dimmi, — proseguì Ara, con accento peritoso; — condona a chi amò, e credette di esser riamato, la molesta dimanda. Come ti avvenne di conoscere costei? Come fu ella cagione della tua morte? La fama che corse del triste caso in Armenia, non era dunque mendace?