— Assai meno del vero recò intorno la fama; — rispose Sandi all'amico. — Ascoltami, o re, e vedi in chi avevi tu posto il cuor tuo. Tu lo sai, dolce amico, che io non vedrò più sulla terra; egli fu nello scorso anno, e nel primo giorno del mese di Bagayadisc (i Babilonesi lo chiamano Ziggar) che noi ci diemmo l'addio della partenza. Te chiamava debito di figlio e di principe, al fianco del fortissimo Aràmo, sui confini del settentrione, per castigare coll'armi gli irrequieti scorridori Turani. Me vaghezza di cose nuove, amore di gloria, follia, trassero in quella vece alla pianura di Sennaar. Oh, avess'io seguito il tuo affettuoso consiglio, che mi chiamava ai campi di Masciag, per celebrare cogl'inni alati la virtù dei combattenti, i corsi pericoli, le vittorie, i trionfi! Ma il Dio delle sorti m'aveva posto le mani poderose entro i capegli, mi voleva, mi trascinava quaggiù. E venni, acceso il cuore di liete speranze, l'anima riboccante di auree canzoni; venni, e nel bosco sacro a Militta...

— Ah, com'io, Sandi, com'io!..

— Sì, pur troppo; egli è in tal guisa che il giovine straniero si perde, che l'aquila della montagna si lascia cogliere al laccio. Così la vidi, udii il suono delle sue dolci parole, m'inebbriai nella voluttà dei suoi baci. E non sapevo credere a me stesso; la mia felicità mi pareva un sogno, da cui dovessi col mattino svegliarmi. Imperocchè, come poteva egli accadere che un ignoto straniero, un oscuro artefice di canzoni, giunto nel medesimo giorno alle mura di Babilu, s'incontrasse in un tale miracolo di bellezza, e questo miracolo non gli fosse conteso da mille rivali? Tutti que' baldi garzoni, fiorenti di gioventù e di leggiadria, che s'accalcavano nel sacro recinto, in traccia di liete venture, erano essi usciti di senno? Ma forse ella non si cura di loro, pensai; destinata all'amor mio dal provvido volere di Militta, costei ha negletti gli omaggi di così vani amatori. Diffatti amano essi veramente, i figli di Babilu? Amano essi, come noi amiamo, una volta sola nella vita, e per sempre? Così pensavo, nè le sue parole suonarono disformi dal giudizio ch'io facevo di lei. Cercava affetto, ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vedeva e desiderava la regina; nessuno aveva amata la donna. Ed era sola, si sentiva sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare!... —

Il re d'Armenia mandò fuori dal petto un sordo grido che parve ruggito di belva, a cui il giavellotto del cacciatore siasi conficcato nel fianco. Invero, quelle erano parole di Semiramide; l'ingannatrice aveva così parlato anche a lui!

— Prosegui! — disse egli impaziente. — Prosegui!

— Io l'amai, — ripigliò con accento disperato il fantasma, — l'amai con tutto l'impeto del cuor mio giovanile. Amante della donna, non venni meno all'ossequio dovuto alla regina. No; io te lo giuro per l'antica amicizia; la vanità, l'ambizione non fecero velo ai miei occhi. In lei non vidi, non conobbi che Atossa. Fu ella che non si tenne paga di ciò, che mi volle ospite suo nella reggia. La donna che ama (fino a tanto questo incendio le duri nel sangue) non sa, non può, non vuole celar l'amore suo alle genti; ella se ne adorna, come di un prezioso monile, al cospetto del mondo; ognuno ha da scorgerlo, da invidiarlo eziandio; che monta, se domani, infastidita, ella getterà lungi da sè quell'ornamento di un giorno? Così apparve nella reggia il tuo Sandi, così fu assunto alla superba allegrezza, agli splendori del vivere cortigiano; così fu festeggiato, accarezzato e fatto segno d'invidia profonda. Ma egli, non mutato dal regio favore, agli ossequi della moltitudine rispondeva con riguardosa umiltà, alle lodi dei grandi con grata riverenza, ai sorrisi delle vezzose ancelle e compagne della regina, con modesto riserbo. L'innamorato garzone non vedeva che lei. Ed ella, come rispose all'amor suo? Due lune erano trascorse e Semiram non lo amava già più. Era giusto! Un vil cantore d'Armenia!... Ma allora, perchè innalzarlo fino ai piè del suo trono? Perchè giurargli un'eternità d'affetto?

Pregata, scongiurata, si schermiva, adonestava il suo mutamento con le assidue cure dei regno e cogli urgenti apparecchi di una guerra, che ella stava per muovere ai popoli dell'estremo Oriente. Intanto, le care notti vegliate tra i pensili orti, di contro alla dormente città, sotto l'azzurra vôlta seminata di astri lucenti, erano finite per Sandi, ed egli gemeva solingo e negletto nelle sue stanze obliate. M'intendi tu? Solingo e negletto! Così tenea fede a' suoi giuramenti costei!

— Finisci! — incalzò il re d'Armenia, con voce soffocata dall'angoscia.

— Sì; la storia è breve, oramai. Una sera, atroci sospetti mi morsero, mi lacerarono il cuore. Se fossi tradito!.. Volli correre a lei, sincerarmi co' miei occhi medesimi, udire la mia sentenza dalle sue labbra. Palpitante d'amore e di rabbia, balzai fuori dalle mie stanze; m'avviai per un andito segreto, che conduceva agli appartamenti della regina. Da più giorni ella mi aveva vietato di rifare quel noto cammino; ma io non badavo già più al suo divieto. Il mio sangue ardeva; non ero più padrone di me. Corsi, dunque, ma invano; l'uscio era sbarrato ed io mi ritrassi impossente. Un dubbio, come lampo nelle tenebre, mi guizzò nella mente. Uscii dalla reggia. Ero noto ai custodi, e mi dischiusero il passo. Dove correvo io, in tanta angoscia, per le sterminate vie di Babilonia? Tu lo indovini, o re; al sacro bosco di Militta, dove il cuore mi diceva che le gravi cure del regno, i pensieri della guerra imminente, avessero tratto costei. Presago mio cuore! Ben mi parve di ravvisarla colà, tutta chiusa nel suo candido pallio di bisso, dal cui lembo traspariva la lunga stola violacea, frangiata d'argento! Fuggì, quando mi vide, e il mio ignoto rivale con lei; di guisa che, per mezzo alla calca dei felici, non mi venne fatto raggiungerli, e gl'intricati meandri del bosco mi fecero perder la traccia. Era dessa; oh, non si poteva dubitarne; era ella Semiram! Gli occhi suoi balenarono attraverso il fitto velo che la copriva, ed io sentii quello sguardo penetrarmi, gelida punta, nel cuore. Ah mi fosse bastato quel cenno! mi foss'io rattenuto a quel punto! Ma tu lo sai, Ara; l'amore accieca. Errai lungamente, ignaro di me, della via percorsa, di tutto. Il dì vegnente, ella era chiusa a consiglio co' suoi ministri e capitani d'armata, nè mi fu dato vederla. Solamente sul far della sera ella fece chieder di me, come per lo passato, e il mio cuore si riaperse alla speranza, nello scorgere il muto messaggiero de' suoi teneri inviti. Patimenti durati, collere e pianti, tutto dimenticai in un punto. Nella sùbita ebbrezza, giunsi perfino a negar fede a' miei occhi; mi persuasi di aver traveduto, la notte addietro, nel bosco di Zarpanit; la fede, raggio di sole dopo i rovesci della tempesta, mi racconsolava lo spirito, cancellava ogni passata tristezza. Così è l'uomo che ama! E giunse finalmente l'ora aspettata. Uscii commosso, palpitante, dalle mie stanze; m'avviai per l'andito segreto.. Ah, maledizione! Avevo a mala pena oltrepassato l'uscio, non più chiuso tra me e l'argomento de' miei desiderii, che il suolo mi mancò sotto i piedi. Brancolai, tentando aggrapparmi da qualche lato, ma invano; io precipitavo nel vuoto, trabalzato contro le liscie pareti d'un pozzo. La caduta era alta, quanto il palazzo medesimo della regina, e fu tutta per me una lunga bestemmia, uno spavento supremo, una feroce agonìa. I ripetuti sbalzi, mi pestavano le membra, mi fiaccavano l'ossa; lame corte e talienti, infisse ne' muri, mi coglievano al varco, mi spiccavano brandelli di carne. Finalmente ebbi tregua nella morte; diedi un tonfo; larghe ondate mi schizzarono intorno e i gorghi romorosi dell'Eufrate si chiusero sopra di me. —

Le chiome si rizzarono per raccapriccio sulla fronte di Ara e un sudor freddo gli stillò per tutte le membra.