— Orrore! — gridò egli, poichè il doloroso fantasma ebbe finito il racconto. — Ma è una belva costei?
— Ben dici, una belva. E tu pure finiresti così, rimanendo.
— Ah, sarebbe il minor danno cotesto! Lontano da lei, non avrò io morte del pari? O Sandi, il mio cuore è spezzato. Ma ella mi udrà.
— Non tentare la prova, sconsigliato! Che potresti tu, solo ed inerme, contro la signora di cento popoli? Che ardiresti tu, uomo e di nobil sentire, contro una donna? O ti romperesti come una fragil canna nel pugno della offesa regina, o piegheresti, come giunco, alle lusinghe della impura maliarda.
— Oh mai, te lo giuro! Ma dimmi, consigliami, ombra diletta; che altro debbo io fare, che non dispiaccia alla tua vigile amicizia?
— Fuggire; non già come pauroso cerbiatto che teme lo strale del cacciatore, ma come leone che rompe le sbarre del carcere e ripiglia la sua libertà. Va; mostrerai alla ingannatrice come a te le sue male arti sian note. Rammenti l'oracolo di Peznuni, innanzi che tu lasciassi Armavir? «La terra di Sennaar ti sarà fatale!» Torna alla tua reggia, meno sontuosa, ma più ricca d'onore; lascia che costei si strugga nella sua rabbia impossente, e farai, nelle tue, le vendette di Sandi. Ed ora, addio; ti sovvenga di me!
— Già mi lasci?
— Sì: l'alba novella è vicina; il dio delle ombre non mi concede più lunga dimora.
— O Sandi, mio diletto, non ti vedrò io ancora una volta sulla terra?
— Forse! — rispose mestamente il fantasma.