— E dimmi... — aggiunse Ara peritoso, come chi teme di chieder troppo; — non avrò io da te un pegno del nostro colloquio?

— Dubiti ancora! — esclamò Sandi con accento di rimprovero. — Orbene, eccoti il pegno. —

Così dicendo il fantasma si appressò, pose le palme sugli òmeri di Ara ed accostò le labbra al suo volto.

Il re d'Armenia sentì, insieme col bacio, l'impressione dell'acqua diacciata, che grondava dalle chiome del morto; diè un grido di alto terrore e cadde esanime al suolo.

La visione era sparita; le tenebre regnavano nel sotterraneo.

Poco stante uno scalpiccìo, un bisbiglio sommesso si udì; quindi apparve una face, portata da uno dei muti custodi del luogo, e il suo chiarore illuminò i tre savi, tornati allora là dentro. Il re d'Armenia appariva disteso a terra, colle membra prosciolte, davanti alla negra cortina, che erasi raffermata da capo.

— Avrà egli creduto? — domandò il savio che portava tra mani il ramoscello di amòmo.

— Non l'hai tu udito favellare col fantasma? — disse a lui di rimando il compagno del fiore di loto. — Il filtro ha fatto opera efficace su di lui.

— Ma partirà egli? — chiese ancora quell'altro.

— Ne dubiti? Io n'ho certezza. Ardente e pieno di fede, come tutti i generosi, egli non vedrà più la regina, seguirà il nostro consiglio.