— Eppure...
— Eppure, t'intendo, tu vagheggi sempre il disegno di ucciderlo.
— Sempre! Nemico ucciso non dà più molestia.
— Nol nego; ma egli non è più nemico.
— Nostro, concedo: ma mio, egli non ha cessato di esserlo per questo suo odierno corruccio contro di lei. Però torno al mio primo consiglio; uccidiamolo. Badate, — soggiunse il savio dal ramoscello d'amòmo, parendogli che gli altri due si rimanessero ancora perplessi; — noi siamo uniti dal vincolo del vantaggio comune. Proseguiamo tutti un medesimo fine; il mio non può non essere il vostro.
— Bada a te piuttosto, o Zerduste, — rispose il savio dal fiore di loto. — Nella tua privata vendetta naufragherebbe l'alto proposito che ci ha collegati. Rivale negletto di questo giovane Armeno, a cui bastò mostrarsi per conquiderle il cuore, puoi tu fare che ciò che è accaduto non sia? Tanto varrebbe comandare ai fiumi di scorrere a ritroso e rifarsi alle prime sorgenti. Dimmi: la tua maschia virtù, il tuo antiveggente consiglio, ti avrebbero forse abbandonato di un tratto? Ameresti tu sempre colei?
— No, t'inganni, o Sumàti. Profondo, tenace, è l'odio mio, siccome fu un giorno l'amore. Così, non bevuto a tempo, inasprisce il soave liquor dell'amòmo, e si converte in veleno. Ma io temo ancora... Lui vivo, potremmo viver sicuri?
— Lui morto, temiamone un altro; — notò prontamente Sumàti. — Ella è donna, e, siccome avvien delle donne, mutevole ha il cuore, sempre bisognoso d'affetto. Ma lascia che viva costui, bellissimo fra gli uomini; lascia che, fuggiasco tra' suoi monti natali, si manifesti a lei superbo spregiatore di sua facil conquista, e vedrai, vedrai furore di donna, come alto divampa!
— Sì; — soggiunse il compagno che aveva tra mani la foglia di papiro; — ben dice Sumàti. E spento da noi il re d'Armenia, che altro avverrà, che giovi ai nostri disegni? Niente saprà la regina del disprezzo di lui; sconsolata, lo piangerà, nè certo si rimarrà dal cercare gli autori della sua morte, per trarne aspra vendetta. Siam noi così certi che i misteri della Triade non abbiano un giorno a scoprirsi, fors'anco prima che l'opera nostra sia condotta a buon porto?
— Tu lo vedi; — ripigliò allora Sumàti; — anche il savio Manète è contro di te. Cedi ai nostri consigli, all'utile della causa comune. Infine, di che abbiam noi mestieri? Di che tu stesso, o Zerduste, il quale gagliardamente ti adoperi per la liberazione della tua Bakdi dal servaggio dei figli di Cus? Viva ed aiuti i nostri disegni il pronipote di Aìco; egli è un nuovo e possente arnese di guerra contro i superbi dominatori di Babilonia. Non lo dicevi tu stesso, ieri, mostrandoci la necessità di questo rapido colpo su lui? Nemici avventurati di Babilonia furono un giorno gli Armeni; sospettosi vicini durarono pur sempre; son tributarii oggi, ma tementi di peggio, e preparati a resistere. La favilla che può destare l'incendio sta in nostra mano, e noi la spegneremmo, dissennati, in quest'ora? Lo sdegno di Semiram, la guerra all'Armenia; non è questa l'occasione fortunata che attendono i tuoi, per ribellarsi al giogo? Ed in questo risveglio di popoli soggetti, non è la nostra salvezza comune? Ai patti, Zerduste, ai patti, che tu stesso hai giurati; e rammenta che il numero è legge. —