Così parlò risoluto il savio del Gange, e Zerduste chinò il capo al voler dei compagni.

— E sia come a voi piace! — diss'egli. — Così torni utile alla gran causa il vostro decreto, com'io mi sommetto alla legge del numero. —

Ciò detto, si trasse in disparte. E Sumàti frattanto, avvicinatosi al re d'Armenia, si chinò sopra di lui, dandogli a respirar per le nari le acute fragranze d'una ampolla, che egli aveva cavata pur dianzi dal seno.

CAPITOLO XII. La fuga.

Il mattino era sorto, restituendo i colori smarriti alle cose. La vôlta celeste, con soavi trapassi, di cenerognola che l'avea mostrata il primo barlume del giorno, erasi venuta schiarando in un bianco perlato, che verso oriente volgeva allo smeraldo, per mutarsi più oltre in colore di fiamma, su quell'ultimo confine donde aveva a sorgere il sole. Commosse al lene soffio della brezza mattutina, ondeggiavano le biade per l'immenso piano, e qua e là, da un mare di lieta verdura, spuntavano le castella lontane, i villaggi, i casolari, sparsi a guisa d'armenti sui pascoli.

Intanto, una lunga cavalcata, uscita pur dianzi dal sobborgo settentrionale di Babilonia, risaliva di buon trotto la strada maestra, lunghesso la riva destra del fiume. Già biancheggiava davanti alla torma il villaggio di Lahirù, e l'astro del giorno, apparso in quel mentre sull'orizzonte, mandava il suo primo saluto alle torri predilette di Sippara.

Correvano frettolosi, volavano via come il vento i cavalieri, coi grand'archi sull'òmero e le frecce risuonanti nelle lucide faretre. Dinanzi a loro cavalcava un nobil garzone, pallido, smunto le guancie, accigliato e cupo il sembiante, pur tuttavia bellissimo sempre a vedersi. Un'acerba cura, più assai che l'insonnia, segnava di triste nota il suo volto e lo faceva noncurante d'ogni cosa che il suo pensiero non fosse. Difatti mentre i seguaci suoi, ad ogni tanto si volgevano indietro, sulle groppe dei cavalli, per rimirare ancora una volta la gigantesca città, che si veniva illuminando alle loro spalle e sempre nuovi aspetti assumeva ai crescenti raggi del sole, egli, il taciturno comandante, non dava da quella parte neppure una fuggevole occhiata, e al premer convulso delle ginocchia ne' fianchi del suo corsiero, al lentargli le redini sul collo, pareva che avesse fretta di correre, di allontanarsi da un luogo odiato, o temuto. Per contro, non badava ai compagni, se pronti d'ugual metro gli tenessero dietro. Istintivamente facea cammino, respirando a larghe ondate l'aria frizzante del mattino, quasi a sneghittirsi le fibre; ma il pensiero avea sempre rivolto in sè stesso, e si faceva sempre più cupo, come chi, non trovando la via per uscir di tristezza, si chiude disperato e si compiace nel dolore che lo uccide.

Frattanto i mattinieri abitatori de' campi, gli artefici borghigiani, in volta fra villaggi e castella, si tiravano, essi e le cose loro, sui margini della strada; frotte di popolo agreste si affacciavano dalle siepi fiorite; curiosi volti di donne apparivano in sull'uscio dei casolari, per veder passare la cavalcata, di cui si udiva da lunge lo scalpito.

— Chi sono costoro? — si diceva qua e là, nella moltitudine degli astanti. — Ah, i baldi cavalieri d'Armenia, che tornano ai loro monti natali. Giunti a mala pena ier l'altro! Breve dimora hanno fatto essi nelle mura di Babilu! E il malka? Vedetelo; è quegli che va innanzi a tutti loro, Ara il bello! Ara il prode! Viva in perpetuo il leggiadro malka delle montagne! Invero egli è simile a Nebo, al malka della vôlta azzurra. Ma come rannuvolato! che ha egli mai, che lo rende così triste? Forse il dover partire dalla terra di Kiprat Arbat. Ma perchè tornarsene così presto? Le rose di Sennaar non aveano dunque fragranze per lui? Vedete; egli neppure s'accorge della nostra presenza: non cura i saluti, non risponde agli evviva. Orgoglioso è l'Armeno, come tutto il suo popolo. Pure, egli ha dovuto scendere, portar tributo alla gloriosa regina degli Accad! —

Così dicevano gli abitatori dei campi, e proseguiva Ara veloce, senza por mente alla turba curiosa, o dare ascolto ai clamori, agli evviva.