Il re d'Armenia non proferì verbo, in risposta all'ossequioso invito; ma con un lieve cenno del capo e con un gesto cortese, diè libertà al babilonese di risalire in arcione. Egli quindi già stava per toccare di sprone e ripigliare il cammino; ma non gliel consentivano le dimostrazioni cortesi degli abitanti del borgo, che s'erano accalcati sul suo passaggio, profferendo il vin della staffa ai nuovi venuti.
Fatta audace dalle esortazioni dei più vicini, ma accesa di rossore e tremante, una fanciulla s'era inoltrata al cospetto del giovane, per offrirgli la tazza ospitale. Ed egli volonteroso la raccolse dalle sue mani, vi intinse il labbro, indi la restituì, accompagnando l'atto d'un leggiadro sorriso, mentre ella era rimasta come estatica a contemplarlo, e la moltitudine intorno a lei andava ripetendo: Ara il bello! invero, egli è simile a un Dio.
Per fermo, nessun nome era più meritato di quello che al giovane re d'Armenia avea dato il suo popolo e che la fama viatrice aveva consacrato, per tutta la gran valle dell'Eufrate e del Tigri. Giusto di membra, agile insieme e gagliardo, appariva egli nel suo modesto arnese di viaggiatore, sotto le pieghe del suo breve mantello svolazzante, chiuso il petto in una tunica grigia, listata di rosso, cinto i lombi di una fascia di lana, sotto cui si annodavano i sostegni della spada, fedele amica al suo fianco. Biondi e riccioluti capegli uscivano in ciocche abbondanti dagli orli di una mitra di pelliccia nera, ornata al sommo d'una borchia di gemme e da un mobil ciuffo di penne, bellamente incoronando un viso bianco di neve, specchio vero dell'anima, tanto, ad ogni interno sussulto, rapidamente si tingea di vermiglio. Ampio e prominente l'arco delle sopracciglia, dava risalto al limpido lume degli occhi azzurri; le guancie ignude, il mento e il collo di contorni soavi, delicati, quasi femminei, il naso profilato e diritto ad una con la scesa del fronte, il labbro superiore adombrato di lunghe, sottili e morbide basette, formavano su quel nobile sembiante un misto indicibile di dolcezza e di forza.
In lui si diceva che rivivessero le meravigliose sembianze d'Aìco, il fortissimo progenitore della sua stirpe. E le ballate degli armeni rapsòdi, lui già celebravano destro arciero, valoroso domatore di cavalli, guerriero animoso ed invitto, siccome il suo grande antenato. Che più? Lui seguivano gli sguardi del popolo obbediente, lui le acclamazioni delle pugnaci tribù, lui i sospiri delle vezzose donne d'Armavir e delle sponde di Van. Ara il bello, Ara il prode, Ara il prediletto, dicean le canzoni.
Dato il tempo necessario, non già all'ammirazione del popolo suburbano, bensì alle cortesie del beveraggio, il re d'Armenia si mosse, e dopo lui la numerosa sua cavalcata, con alto strepito di bardature, fragor di spade nelle terse guaine, tintinnìo di frecce nei capaci turcassi, pendenti dall'omero, insieme coi grand'archi aicàni. I cavalieri babilonesi precedevano, in segno di onoranza, il corteo.
Già il sole era da lunga pezza calato dietro i confini del deserto lontano, allorquando la schiera giunse finalmente alla vista d'Imgur Bel, il vasto cerchio di mura, la cui cresta di torri nereggiava nello spazio, poc'anzi rossastro ancora degli ultimi riflessi del giorno, ed ora tinto in azzurro, al tacito lume degli astri. Era una veduta fantastica, meravigliosa, solenne. Là in fondo, all'occaso, Barsìpa, la città sacerdotale, santuario dell'arcana scienza degli Accad, levava al cielo le smisurate sue moli. La torre delle sette luci, i cui alti ripiani colorati avevano riflesso alla vampa del sole il nero smagliante, il bianco, il ranciato, l'azzurro, lo scarlatto, l'argento e l'oro, sacri alle sette sfere luminose, non offriva più allo sguardo che un bruno ammasso foggiato a scaglioni, vera scala murata da un popolo di giganti per dare l'assalto al cielo.
Più verso il mezzo, torreggiava la piramide a tre piani, consacrata alle fondamenta della terra; e a' suoi piedi si stendeva la immane città, partita in due dall'Eufrate, il cui vano trapelava da un lungo strato di vapori diffusi. Più oltre, a manca dei riguardanti, una maggior distesa di moltiformi edifizii, di terrazzi sovrapposti e di torri, su cui grandeggiava un'altra gran mole, la reggia di Semiramide, cittadella ampiamente bastionata sulla riva sinistra del fiume, incoronata di templi, loggiati e giardini, dal cui sommo una lieta famiglia di piante, tributo di stranie contrade, protendevano in alto le larghe braccia frondose. La luna, apparsa in quel punto, vestiva d'una vaporosa luce quella magica scena, che si venia lentamente ascondendo alla vista dei cavalieri, dietro la fosca merlatura di Imgur Bel, a mano a mano che questi s'avvicinavano al fosso.
Giunsero alla perfine in capo del ponte e videro la porta di bronzo, spalancata per dar adito ai nuovi ospiti di Babilonia. Squillarono le trombe di rame; scalpitarono le zampe ferrate dei cavalli sull'ampio tavolato di cipresso; rimbombò il profondo androne, custodito da denso stuolo d'arcieri, e il re d'Armenia entrò sotto la maestosa vôlta, al fumoso chiarore delle faci intrise di nafta, in mezzo ai tori alati dal sembiante umano, colossali chimere, che pareano guardarlo sospettose e superbe, attraverso le loro pupille di smalto.
Oltrepassato l'androne, e con esso la prima cinta di mura, si offerse alla vista dei cavalieri una larga spianata, chiusa intorno da colti e da pascoli; indi una strada, corrente tra due filari di piante, qua e là tagliata da vie minori, fiancheggiata da rigagnoli, acconci ad inaffiarle nelle arsure del giorno. Folta l'alberatura ne'dintorni; rade per contro le case; quasi tutti edifizii pubblici e alloggiamenti di soldati, naturalmente posti tra la cinta esterna e Nivitti Bel, che è il secondo e più ristretto baluardo della città. Di qui, per altro, s'incominciavano a udire i soffi della poderosa vita babilonese, suoni e rumori confusi come il ronzìo d'un immenso alveare.
Al giovine principe accadeva ciò che a tutti suole in mezzo al frastuono d'una città non mai veduta, nel brulichìo d'una gente ignota, che va, viene, attende a tutte le cure, a tutti i sollazzi della vita, senza badar punto a noi, granellini di sabbia travolti dal caso nel turbinoso suo giro. Ei si sentiva come a disagio, sopraffatto, confuso, pieno di quella mestizia che non muove da vere cagioni, ma che è piuttosto il frutto del turbamento e dell'incertezza. Così il giovane arbusto, condotto a vivere in estranio terreno, rimane alcun tempo perplesso, ad occhi veggenti intristisce, prima che le sue radici si facciano a bere con la usata vigorìa i succhi vitali della nuova dimora.