— Oh, non già nelle tue stanze di iersera. Gli spiriti invisibili che t'hanno dischiuso la via allo scampo, non riaprirebbero certamente il cammino della tua perdizione. Quell'àdito è chiuso per sempre. Ti desterai in quella vece dove più ami vederti... fra i tuoi.

— Fra i miei; — balbettò il re d'Armenia, a cui già il sonno facea gravi le ciglia: — fra i miei! Ma tu, santo vegliardo, mi lasci?

— È necessario.

— Non ti vedrò io dunque più?

— In seno di Brama è il futuro; — rispose solennemente il savio dal fiore di loto. — Dormi, o re d'Armenia, e dimentica! —

Il vecchio era sparito, ed Ara, poco stante, dormiva profondamente, in quella che i muti custodi del sotterraneo, alzata la lettiga sugli òmeri, si disponevano a condurlo all'aperto.

Allorquando il re d'Armenia si risvegliò da quel sonno letargico, egli era disteso su d'un letto di piume, in una camera adorna di sontuosi tappeti e morbidi pelli di fiere. Pendevano sopra il suo capo, raccolte a festoni, le ampie cortine d'un padiglione di porpora; lucerne di forbito rame spandevano per la camera un mite chiarore. Attonito, volse gli occhi lungamente in giro, e riconobbe il suo posatoio della prima sera, nell'edifizio fuori la cinta di Nivitti Bel, dove era smontato ad alloggio co' suoi.

Ma, per qual via era egli giunto colà? Come si trovava egli adagiato in quel letto? Aveva egli sognato dapprima, o non sognava piuttosto in quel punto?

Mentre egli era in cosiffatte incertezze, Bared gli si fece innanzi ossequioso. Il suo fidato Bared appariva vestito di tutto punto, in arnese da viaggio, con la sua fascia di lana intorno ai lombi e la spada pendente dal fianco.

— Tutto è pronto! — diss'egli.