Così erano partiti, ed Ara, spronando il cavallo di là dalla porta di bronzo, non avea pur vôlto indietro lo sguardo a rimirar Babilonia, la maravigliosa città che egli abbandonava per sempre. Un misto di odio e di raccapriccio, più ancora di rabbia e fastidio di sè, gl'ingombrava lo spirito. Pur di sottrarsi a quella oppressura, avrebbe amato uscir di senno, addormentarsi in perpetuo, non essere.

Povero cuore umano! Com'è egli sempre schiavo delle sue medesime finzioni! Ma infine, e non son esse la parte migliore della vita? E il cuore che fosse assoluto signore di sè, non regnerebbe egli nel deserto? Invero, senza questa eterna cagione di pianti, che sono gli affetti nostri, le fantasie, i rapimenti, gl'inganni, il cuore sarebbe da paragonarsi ad una solitudine ignuda. Ahimè, così sia dunque; amare, pensare, vivere, e sempre soffrire.

Un senso di sollievo comunque leggiero e tutto materiale, era pel giovine il correre, volar via, fendere la brezza del mattino, in groppa al suo palafreno, docile agl'impulsi, saldo alla fatica, siccome tutti i cavalli di Armenia, celebrati allora per forza e rapidità singolare nel mondo.

Bello è il corsiero, e veramente degno dell'amore dell'uomo. Nobile e generoso, si acconcia di buon animo ai voleri del suo signore; servo ossequente, non vile, ama e nol dice, ma ne' suoi grandi occhi umidi è un'eloquenza ineffabile. Delicato e sensibile, un nulla lo turba, gli fa arricciar le nari, drizzar le orecchie e correre un tremito per tutte le membra; ma una parola, un grido, un incitamento lievissimo, gli fa vincere ogni tema, squassar la criniera e pigliare il galoppo contro l'ignoto pericolo. Ha terrori femminei, impeti virili. Amico dell'uomo, sia che ci porti a ritrovo d'amore, sia che ci tragga in battaglia, o ci scampi da inseguenti nemici, intende le ansie, i palpiti, i moti tutti dell'animo; partecipa ai nostri affetti, agli sdegni, ai dolori; non si lagna della nostra crudeltà momentanea, poichè ci sente accorati; patisce ogni disagio, poichè ci vede soffrire con lui; sfida animoso la morte, cade sfinito di stanchezza, o coperto di ferite, per noi; pago d'uno sguardo compassionevole, lieto d'un'ultima carezza su quel poderoso suo collo, madido di sudore e di sangue.

Va, corri, Tiglat; divora la via, generoso corsiero. Il tuo signore è triste, come notte d'inverno nelle gole dell'Ararat; lunge, assai lunge da Babilonia, potranno aver le sue membra un'ora di riposo, non il suo spirito un istante di tregua. Ben più sereno dell'animo tu l'hai portato a volo sui combattuti campi di Masciag, contro le schiere fuggenti dei predatori Turani. Va, corri, Tiglat; divora la via, imperocchè oggi ti converrà fare un doppio cammino. Dopo una breve sosta alle case di Is, la cavalcata proseguirà veloce fino alle mura di Erech. E domani? Domani toccherete ai confini della terra di Naraim, dove a nessun cavaliere che parta da Babilonia sarà più dato raggiungervi.

E via, frattanto; volavano via i cavalli sonanti tra nembi di polvere, allontanandosi sempre più dalla vista di Babilonia. Era bella, l'immensa città, splendida ai raggi del sole nascente, vero giardino di delizie, innalzato sovr'archi giganteschi alla gloria di Belo.

Bella era e splendida, piena di delizie per tutti i popoli che accorrevano alle sue mura; ma non più doveva esser tale per la sua gloriosa regina!

Quel dì, giusta il costume, la leggiadra Semiram erasi alzata per tempo dai molli riposi. Il corpo aveva di donna, ma virile la tempra, e sapeva mandare di pari passo le morbidezze del vivere femminile, con le aspre fatiche del campo e le gravi cure del consiglio. Asterse le membra nei limpidi lavacri, raccolte in lucide anella le chiome, radiante di fresca bellezza e di senno maturo, aveva chiamati alla sua presenza i ministri, deliberato sulle faccende più rilevanti della città, udito le novelle dei corrieri, giunti nella notte dalle più lontane contrade.

Senonchè, quel giorno, una nuova cura, e più dolce, la faceva impaziente. Udì a mala pena gli avventurosi messaggi; impartì brevi comandi e facili perdoni; nè prestò lungamente orecchie alle lodi, che lo scriba le riferiva essere state incise su nuovi marmi, dall'ossequio dei governatori delle provincie.

Sola alfine, chiusa negl'intimi recessi del suo appartamento, ritornò ai geniali apparecchi della conscia bellezza. Cosa agevole ad intendersi nello stato dell'anima sua, ella era così sicura di sè, come in passato; bene lo specchio le venìa ripetendo, con la sua muta eloquenza: «sei bella»; ma la regal donna non parea contentarsi a quelle testimonianze cortesi. Il pensiero correva malinconico alla sua giovinezza perduta e le faceva temere vicini, presenti quasi, i futuri oltraggi del tempo. Eppure ella vedevasi allora nel pieno rigoglio delle sue irresistibili grazie, l'invidiata rosa di Sennaar; in quella stagione che la donna apparisce più bella, siccome il fiore più smagliante sul ramo; in quello che può dirsi il riposo della maturità, così lieto di vivaci colori, così liberale di soavissimi effluvii; più bella, insomma, più giovine che non fosse da prima, imperocchè l'amore, come occhio di sole, la illuminava, penetrandola, ringagliardiva in lei le fonti della vita; donde lo scorrer veloce del sangue nelle tumide vene, il perlato splendor delle carni, il vermiglio sulle umide labbra, il baleno negli sguardi profondi.