Salambo, la prediletta fra le ancelle, bruna figlia del paese di Martu, le si accostò, le cinse il collo d'un monile di perle, e sorridendo alla immagine della regina riflessa di contro a lei nei lucido disco d'acciaio, le disse:

— Mia dolce signora, nessuna donna al mondo è più bella di te. —

Piacque la lode a Semiram, che la ravvisava sincera. Indi, crollando il capo e sospirando con un suo garbo tra malinconico ed umile, rispose:

— Ah, gli anni, Salambo! volano essi, calano implacati su noi e ci rapiscono questi labili vanti!

— Che dici tu, regina delle terre e dei cuori? Essi volano intorno a te, come spiriti benefici, e ognuno di loro ti reca una grazia di più. Forse non vedi come sei desiderata da tutti, accompagnata dagli avidi sguardi del popolo, da un mormorio d'ammirazione ovunque tu passi? Dall'ossequio dei grandi che ogni giorno s'inchinano a te, non vedi tu trasparire la vampa degli amori che accendi? —

A quelle parole dell'ornatrice, Semiramide si fece rossa in volto, siccome il frutto del melagrano.

— Oh, parer belle agli occhi di tutti! — esclamò ella con accento d'allegrezza profonda. — Sì, gli è ciò che piace a noi donne. Ma uno, uno solo, regni su noi. Schiavi tutti gli altri e non degnati pur d'uno sguardo; egli signore nostro per tutta la vita!

— Tu ami, regina?

— Amo, sì, e sono riamata, non pel mio serto regale, per me! —

Il pensiero dell'ancella era corso al tempio di Militta e all'incontro di Semiramide col bellissimo straniero, nel quale Salambo, compagna alla regina nella sua notturna visita al sacro recinto, aveva poscia riconosciuto l'ospite regale d'Armenia.