— Invero, — diss'ella, — se un uomo era degno dell'amor tuo, per fermo gli è questi il leggiadro malka delle montagne.
— Ah! — sclamò Semiramide, con atto di stupore, che non aveva nulla d'ingrato. — E tu sai?...
— Perdonami, dolce signora!... — balbettò confusa l'ancella. — I miei occhi...
— Hanno veduto; — interruppe la regina, con un sorriso amorevole, che valse a rasserenare la turbata ornatrice; — hanno veduto, e non è colpa il vedere. Infine, se io ho potuto amarlo la prima volta che lo vidi, mi dorrò che Salambo lo abbia creduto degno dell'amor mio?
— O mia regina, non t'ha ingannato il tuo cuore; — soggiunse la bruna figlia di Tiro, inginocchiandosi e baciando il lembo della veste di Semiramide. — Egli ha la soave bellezza di Sin, il benefico Iddio rischiaratore delle notti, nè può dall'aspetto esser diversa l'anima sua. Gloriosa signora, vivi felice in perpetuo! A te fu propizia Militta Zarpanit, di cui tu sei la vivente immagine in terra.
— Va, mia buona Salambo, e gli Dei ascoltino l'augurio. Va, ed Hurki, il capo degli eunuchi, annunzi al malka d'Armenia che la regina lo attende. —
Sola nel suo geniale ritiro, che era bello a vedersi per marmi di svariati colori e tavole d'alabastro nobilmente istoriate, lieto di acque zampillanti e della grata ombria delle latanie e dei salici, che protendevano le foglie tinte di vivo smeraldo tra le colonne dell'aperto loggiato, Semiramide attendeva il leggiadro suo ospite. E seduta su d'un trono d'ebano, incrostato di pietre preziose, rattenuta la bellissima guancia tra l'indice e il medio della candida mano arrovesciata a sostegno del capo, ella stavasi meditando, godeva tacitamente in cuor suo, pregustava l'allegrezza ineffabile del vedere l'amato, e scorgere su quel viso i segni dell'interno tumulto, nell'atto di comparirle dinanzi. E così procedendo di pensiero in pensiero, s'inoltrava nei vaporosi regni del futuro, sognava gaudii infiniti, intravvedeva giorni di felicità senza pari.
V'ha una pianta nelle contrade predilette dal sole, una pianta singolare tra tutte, la quale nata in arida terra, stenta anni ed anni il nutrimento, onde il suolo e l'aria le si mostrano avari. Lentamente cresciuta, fa tesoro di elettissimi succhi; di poco s'innalza, ma stende intorno e gonfia a dismisura le larghe foglie carnose, si fa ricca di umori vitali, mentre tant'altri germi di più facile contentatura sotto il medesimo cielo intristiscono. Ella ha un intento, la nobilissima pianta; accumula, per prodigare; e infatti, dopo tant'anni di vita modestamente operosa, germoglia e cresce dal suo grembo uno stelo, la cui cima rapidamente sboccia e s'allarga in grappolo di fiori, onor dei deserti, allegrezza del viandante che lo scorge da lontano, eretto a guisa di faro amico, sul faticoso sentiero. Lieta fioritura, tanto più splendida, quanto fu più sudata! Che importa, se, nascendo, ella prosciuga ed uccide il cespo materno?
Così la pianta umana; cresce, si nutre, si rafforza, per produrre il fior dell'amore. Ed è bello, è meraviglioso il portato, quando tutto alla pianta umana sorride. Grandezza, onore, possanza, umori vitali di cui la terra non è facile dispensiera per tutti, aiutano a rendere il fiore più splendido, a far più solenne l'amoroso mistero.
Ed era lieta Semiram. Militta Zarpanit l'avea fatta felice oltre i suoi medesimi voti. Bellissimo era tra tutti i viventi, generoso e prode, il destinato al cuor suo. Fervido, nell'amicizia, insino alla follia, che non sarebbe egli stato nell'amore?