Qui, per altro, tornava alla mente della regina l'ingrato ricordo di Sandi, la cui misera fine era stata a lei rimproverata dall'ignaro garzone con temerarie parole. Ma non di lui si doleva, bensì della malvagità profonda del volgo umano, inchinevole a credere il peggio dei grandi, a rigettar su loro ogni vizio, a farli neri d'ogni delitto. Ed esser tuttavia innocente, nonchè della morte di Sandi, d'un solo pensiero, di una parola, d'uno sguardo per lui! Invero ella non aveva avuto altra colpa in faccia all'estinto, fuor quella di che tanti e tanti poteano accusarla ad un modo, d'esser bella, possente, e desiderata da troppi, vuoi per dissennato amor giovanile, vuoi per proposito di sconfinata ambizione.
Difatti, qual era stato il caso di Sandi? Tratto da desiderio di gloria, il giovine cantore di Peznuni era venuto alle mura di Babilu, era stato accolto nella reggia e aveva cantate le glorie della stirpe di Nemrod; ma più ancora quelle della leggiadra figlia di Derceto, venuta d'Ascalona, nel paese di Martu, fino alla terra di Sennaar, per assidersi, moglie di Nino, sullo splendido trono di Nemrod. Ben s'era ella avveduta come il giovine Armeno avesse ardito innalzare infino a lei il cupido sguardo e l'ambizioso desiderio; ma ciò, in quella guisa che non giungeva nuovo, non doveva parere altrimenti strano alla donna; però, con quel giusto riserbo che le inspirava il suo stato di donna e di regina, aveva mostrato nei diportamenti suoi non addarsi di nulla.
Che pensasse egli di ciò, che sperasse dai suoi inni fiammanti, ignorava Semiramide. Nè altro le fu dato saperne di poi, imperocchè, uscito egli una sera dal suo cospetto, non ricomparve più mai. La voce si sparse della sua morte improvvisa; alcuni pescatori del quartiere di Suanna aveano trovato il cadavere impigliato tra i giunchi, in una insenatura dell'Eufrate; ciò erale stato riferito più tardi, e non è a dire con quanto rammarico per l'animo suo compassionevole. Qual era la cagione della miseranda catastrofe? Aveasi a vedere nel fatto una vendetta di donna offesa, o d'uomo fieramente geloso? Malagevole scoprire l'arcano; ed ella non volle pure indagarlo, giustamente temendo non paresse altrui che ella troppo si curasse dell'amoroso cantore. Ed ecco, ciò che ella aveva fatto per onesto riguardo, volgevasi biecamente contro di lei! Inaudita perfidia! Ma il re d'Armenia, amato da lei coll'impeto di un cuore che per la prima volta e liberamente si concede, non era egli persuaso oramai della sua innocenza? Non aveva ella giurato, pei sommi Dei, per la maestà del suo regno, per la testa dell'adolescente suo figlio, cioè a dire per quanto una donna ha di più sacro al mondo, e meno volentieri in simili casi ricorda? E dopo un tal giuramento, non doveva egli credere alle parole dell'amata? Non aveva egli anzi mostrato di credere?
E tuttavia, quel ricordo, in quell'ora, le tornava molesto, uggioso, come un presentimento di sventura. Lo cacciò lungi da sè; volse l'animo a più liete immagini; si fece in cuor suo a noverare i passi di Ara, che certo era in cammino per giungere a lei. Capriccio infantile, che bene intenderà chi ha atteso l'arrivo di persona amata; non altri.
In quel mentre, Hurki (il guardiano, nella lingua degli Accad) comparve sulla soglia.
Egli aveva la cera sconvolta; appariva turbato e perplesso, come chi sa di recare un ingrato messaggio. Invero quella era la prima volta che Hurki si presentava alla regina, senza poterle dire: «il tuo comando è eseguito.»
Vide Semiramide il mutato sembiante e n'ebbe una stretta dolorosa al cuore.
— Orbene, che c'è? — dimandò ella impaziente. — Il re d'Armenia?...
— Vivi in perpetuo, o regina! — disse Hurki, prostrandosi a terra. — Il re d'Armenia non era nelle sue stanze.
— Ah! uscito forse a diporto fuor della reggia... — ripigliò Semiramide, con accento sospeso tra la dimanda e la spiegazione.