— Guerra adunque vuol essere! L'orgogliosa signora di Babilonia non può mandare cortesi messaggi agli Armeni.

— Ella ha costrette a tributo le aquile della montagna! — dicevano i guerrieri. — Ha tentato di umiliare, nei pronipoti loro, i domatori della superbia di Nemrod. Ella invidia le recenti palme ai vincitori di Masciag, ai generosi custodi della pianura, contro le irruzioni dei predatori Turani!

— Ella odia la gente nostra; — soggiungevano i cantori; — ella ha ucciso Sandi, il soave garzone, il signore dei carmi, amico e fratello del re. —

In quella che così parlavano essi, cercando d'indovinare il messaggio imminente, comparve il babilonese nella sala del trono. Indossava il candi, tunica rossa, frangiata d'oro sui lembi, che gli scendea ben oltre il ginocchio, e sovr'essa il sàrapo, camiciotto di lana bianca, dalle corte maniche, le quali lasciavano scorgere le braccia ignude e i polsi cinti d'armille d'oro. Le gambe apparivano chiuse ne' saraballi, o schinieri di cuoio, fin sulla noce del piede, dove, sul fondo rosso della calza di lana, salivano i correggiuoli incrociati dei sandali, le cui suola si raffermavano alla pianta, la mercè d'un anello rigirato sul pollice. Costui era per fermo uno dei primarii uffiziali di Babilonia, e ben lo dimostravano il balteo lucente, la guaina leggiadramente lavorata e la tiara bianco-dorata, i cui lembi chiusi a soggolo, scendevano e coprirgli le guancie ed il mento.

Due guerrieri, armati di tutto punto, seguivano l'ambasciatore. Uno di essi recava tra le mani una spada senza guaina; l'altro un giavellotto dalla punta aguzza e lucente.

Ara, poichè il messaggiero gli fu venuto davanti, ravvisò tosto in lui quel medesimo uffiziale che con larga mano di cavalieri babilonesi gli era uscito incontro, per servirgli di scorta alle mura della capitale di Nemrod. Che voleva dir ciò? Era egli caso, o meditata ironia?

Seduto sopra il suo trono, che era tutto coperto di negre pelli foderate di porpora, vestito a bruno egli stesso, senz'altro segno di regio fasto che la sua benda di perle intorno alle tempie, grave nell'aspetto come si conveniva all'attesa d'un grave personaggio, stette Ara guardando l'inviato di Semiramide.

Il babilonese s'inchinò profondamente, raccogliendo le braccia sul petto; indi così prese a parlare:

— Re degli Armeni, vivi in perpetuo!

— Grazie a te, messaggiero! — rispose Ara, con piglio cortese. — Chi ti manda alla reggia dei figli d'Aìco?