— Pronipote di Aìco, — disse gravemente Vasdag, principe di Tarbazu, che è sulle rive dell'Eusino, — tu non puoi giungere a mezzogiorno più oltre del campo di Aiotzor e della valle memorata di Kerezmanc.
— Colà, — aggiunse un altro, e tutti i presenti assentirono, — dee piantarsi il tuo stendardo di guerra.
— Tu li odi? — chiese Ara al messaggiero babilonese.
— Ho udito; — rispose quegli, con atto di commiato. — Semiramide prevedeva una simigliante risposta, e dal campo di Assur vi annunzia i suoi alti disegni. Ella stessa verrà ben più oltre di Kerezmanc; verrà in Armavir e in quante città novera il reame dei figli d'Aìco.
— Come ospite? — chiese nobilmente Ara, alzandosi in piedi, poichè la conferenza accennava al suo termine.
— Come vincitrice! — disse quell'altro, con accento di minaccia.
E trattosi indietro, tolse dalle mani dei due guerrieri il giavellotto e la spada, che gittò poscia solennemente ai piedi del trono.
— Conservate questi segni di guerra; — soggiunse il messaggero babilonese. — Semiramide verrà col suo esercito a raccoglierli nel sangue vostro e li consacrerà alla memoria di Bel Nemrod, su quella rocca di cui veggo sorgere i fianchi dirupati dalle acque del lago.
— Se non li riporteremo noi prima al campo di Assur! — disse Valdag, alzando la spada e il giavellotto da terra.
— O in Babilonia! — aggiunse un altro, tra le grida dei consenzienti compagni.