— Tacete! — gridò il re. — Non s'addice ai prodi essere vantatori. Va, messaggiero, al campo di Assur, e reca alla tua grande signora che i figli d'Aìco, fidenti nell'armi loro e nella giustizia dei Numi, attenderanno di piè fermo l'assalto. —
CAPITOLO XIV. Il Pellegrino.
Era alta la notte e migliaia di fuochi, contendendo lo splendore agli astri del firmamento azzurro, brillavano sulle colline di Ajotzor, ultimi contrafforti nei monti d'Armenia. Colà, presso le sorgenti dell'Eufrate, vigilava l'esercito d'Ara, a custodia delle sue terre natali. Colà, diffatti, era a temersi l'assalto; per quelle strette erano sempre venuti, risalendo il corso d'un gran fiume, i nemici della indipendenza d'Armenia; su quelle rupi s'erano sempre inerpicati i guerrieri della pianura, a molestare il nido dell'aquile aìcane.
Il grande altipiano che si innalza ad un tratto dalla contrada di Nahiri e da maestro vien digradando con dolce declivio fino alle pianure che lo separano dalle catene del Caucaso, ecco l'Armenia, detta negli antichissimi tempi Aiasdan, o vero sia il paese di Aìco. Imperocchè questo fu il progenitore della nobilissima schiatta, e da lui doveva essa aver nome ed auspicii.
L'altipiano è intersecato da catene parallele di alte montagne, e da più umili colli di dolce pendìo. Le valli interchiuse sono in parte strette e solitarie vallicelle, in parte larghe e fertili pianure, come quella, ad esempio, cui bagna col suo rapido corso l'Arasse. Una cosiffatta configurazione di terreno mal consentiva lo stabilimento di un forte governo centrale, che signoreggiasse l'intiera contrada, e più s'acconciava alla libera vita di indipendenti tribù, forti a guerreggiarsi tra loro, deboli al cospetto di un possente vicino che le assalisse alla spartita.
E i dominatori della pianura aveano sempre avuto una ragione particolare a tentar simili assalti, sendo che i corsi superiori dell'Eufrate e del Tigri giacevano entro le montagne d'Armenia. Le quali, per contro, correndo da oriente a occidente, presentano il loro più rapido pendìo dalla parte di mezzogiorno, contrariamente alle catene dello Zagro, le quali, rivolte a levante, declinano dolcemente verso la valle del Tigri. Donde avviene che mentre lo Zagro invita gli abitanti della pianura a tentare i suoi alpestri recessi, facili da principio, indi di mano in mano più orridi e malagevoli, i monti dell'Armenia li respingono, con presentar subito le maggiori difficoltà e ad un tempo il più squallido aspetto, e coi fianchi rocciosi e le cime nevose appaiono insuperabile ostacolo ad un esercito invasore. Per altro, e appunto perchè chiudevano nei fianchi loro le sorgenti dei due grandi fiumi del Sennaar, i monti occidentali offerivano la via più accettevole agli assalitori del piano.
Per colà, dunque, avevano ad inoltrarsi le schiere degli Accad. A quelle strette accennava chiaramente l'esser eglino venuti ad oste in Assur, nella contrada di Nahiri. Già parecchi giorni eran corsi dalla intimazione di guerra; già si era al principio del mese di Garmapada, che i Babilonesi chiamano Tana, o mese del fuoco, e l'esercito aicàno, già preparato agli eventi, era venuto a chiudere i passi dell'alto Eufrate, lunghesso i poggi e le gole di Aiotzor.
Centomila uomini avevano risposto alla chiamata del re. Nessuno dei validi guerrieri era rimasto negli ozii imbelli delle pareti domestiche. Le tribù tutte quante aveano mandato il fiore dei loro combattenti. La regale Armavir e la sacra Peznuni, Tarbazu marinara e Masciag educatrice di cavalli, le tre grandi provincie del paese, cioè a dire, la montuosa Urarti, la fluviale Adduri e la lacustre Mildis, con nobil gara aveano dato di piglio all'armi. E sugli ultimi lembi della catena dell'Amano e di quella dell'Arzanìa, che si raccostano da occidente e da oriente intorno alle non lontane sorgenti dell'Eufrate e del Tigri, erano venuti a metter campo i guerrieri. Sukkia, Laluknu, Cartar, Izirtu, piccole città più vicine alla stretta dove occorrean le difese, erano dense d'armati. Sarda e Zikartu, provincie che guardano il mare del sole oriente, avean dato i più destri arcadori; dalle ampie valli dell'Arasse, generoso largitore di messi, eran giunti a torme i più baldi cavalieri; i cittadini d'Armavir, portatori di gravi loriche e di mazze ferrate, i montanari di Urarti, vestiti dal capo alle piante di vellose pelli, e sicuri lanciatori di giavellotti, i valligiani dell'Oronte, fiondatori valenti, erano accorsi ad ingrossare le file, tutti frementi amor di patria, ed ira gagliarda contro gli audaci invasori.
Saviamente distribuiti da Vasdag, il principe di Tarbazu, esperto condottiero, già amico di Aràmo e suo compagno nell'armi, vigilavano essi a difesa del confine. Il grosso dei cavalieri si raccoglieva nelle città e borgate, pronto ad accorrere dove più bisognasse; il nerbo dei fanti si addensava nelle gole e agli sbocchi delle vallate; numerosi drappelli d'arcieri accampavano sui greppi e lungo le digradanti costiere; fanti e cavalli vigilavano sui poggi avanzati e nelle forre; esploratori, scelti tra i più animosi e sagaci, s'inoltravano per l'ombre notturne, fino ai primi paeselli della sottostante pianura.
Di là, si è già detto, bisognava ai nemici farsi strada alle alture. Era stato quello il cammino seguito anticamente dalle schiere di Nemrod; quello doveva essere altresì il cammino dell'armi di Semiramide. Per mezzo a quei monti scorreva l'Eufrate, ancora povero d'acque, ma più impetuoso per contro, chiuso com'era in più modesti confini. Più giù, a mezzogiorno, seguivano collinette e rialti, biancheggianti al mite chiaror della luna, tra i quali si andava svolgendo in lunga e tortuosa striscia luccicante il gran fiume, per confondersi più oltre coi lembi estremi della pianura, involta in una nebbia sottile e d'incerto colore. Quella ròcca che si scorgeva lontan lontano sull'orizzonte era Assur, forte castello edificato dai figli di Sem, già padroni della terra di Sennaar, indi cacciati a settentrione dai feroci conquistatori della progenie di Cus.