E laggiù, in mezzo ai popoli signoreggiati, la cui alterezza dovea rifarsi più tardi degli oltraggi patiti, e da Ninive cresciuta in possanza offuscare le cadenti fortune di Babilonia, laggiù ingrossavano da parecchi giorni le schiere che gli ultimi Cussiti aveano raccolte da tutte le più lontane provincia del loro vastissimo impero; attendevano laggiù, numerose come le arene del mare, minacciando da presso i liberi monti d'Armenia. Non si scorgevano i fuochi delle innumeri schiere; ma non le sentiano men vicine per ciò gli arcadori di Zikartu, che stavano a guardia dei contrafforti dell'Amano, sulla collina di Lukdi
Ora, mentre essi stavano vigilando, ultime scolte dell'esercito aicàno, e specolando all'intorno la biancheggiante pianura, diè loro negli occhi un uomo che, uscito da una macchia d'arbusti, a lenti passi procedeva per un sentieruolo alle falde del poggio. Veniva egli guardingo, come chi sappia d'esser in luogo pieno d'agguati e tema di abbattersi in qualche drappello d'esploratori; per altro, non aveva seguitato a rasentare la macchia, la cui ombra ancora per lungo tratto di strada avrebbe potuto nasconderlo.
Chi era egli? Troppo misurato negli atti, per essere un guerriero dei loro; troppo poco, per essere uno spione degli inimici. Avvicinandosi sempre più lo sconosciuto, videro ancora com'egli fosse inerme, e si giovasse di un lungo bastone ricurvo, alla guisa dei pellegrini, che correvano mendicando di paese in paese, per andarne a sciogliere il voto a qualche tempio celebrato e lontano. Diffatti, egli indossava una tunica modesta che scendeva poco oltre il ginocchio; e certo, a chi l'avesse veduto più da vicino, sarebbe apparsa lacera e rattoppata di brandelli d'ogni colore. L'arnese che gli biancheggiava sul capo, dovea esser la fascia rigirata intorno alle tempie, portata dai nomadi pastori del deserto, a custodir la cervice dai cocenti raggi del sole; quell'altro che gli faceva ingombro sugli omeri, anzi che un mantello, doveva esser una di quelle bisacce, nelle quali i pellegrini sogliono portare lo scarso viatico accattato dalla umanità dei borghigiani, che loro hanno profferto l'ospizio.
Sì, forse egli apparteneva a quella classe d'innocui viandanti; ma non poteva esser egli un nemico, che, più audace degli altri, s'inoltrasse nel campo loro, argomentendosi d'ingannarli, con la umiltà delle spoglie? Arte degli esploratori era questa; ma nel caso presente assai poco sagace, dappoichè nei dintorni non era tempio, o santuario, che potesse ragionevolmente attirare i viandanti divoti. Tre giornate ancora egli avrebbe dovuto far di cammino, prima di giungere al tempio di Anaiti, in Urfa, che era il più vicino di quei luoghi; ma neppur quella che il viandante seguiva, era la strada, bensì ad occidente, e più verso i piani di Assur, che non verso le alture di Lukdi.
Così pensando, gli arcieri fecero quello che ogni prudente soldato avrebbe fatto in tal caso. Due di loro si dilungarono dal manipolo e si calarono per una insenatura del terreno da un lato; altri due fecero il somigliante dalla parte opposta, e, venendosi incontro sulle falde del poggio, furono addosso al viandante con le spade sguainate.
Gli atti dello sconosciuto, all'improvviso apparir dei soldati, mostrarono come non fosse mestieri di tanta minaccia. Dato un passo indietro, più assai per prudenza che non per repentino sgomento, egli alzò placidamente il capo e disse agli arcieri:
— Sia sempre con voi la vittoria. Che volete da un povero pellegrino?
— Che chiedi tu piuttosto, in quest'ora notturna, — dissero a lui di rimando gli arcieri, — inoltrandoti in mezzo alle prime scolte del campo aicàno? Chi sei?
— Ve l'ho detto; un pellegrino.
— Ah sì! — esclamarono gli altri, con piglio sarcastico. — E dinne: a qual santuario erano volti i tuoi passi?