— Bada! — notarono gli arcieri, in quella che, postolo in mezzo, lo conduceano per l'erta. — Non vede il re chi vuole.

— E che? Non vive egli in mezzo a' suoi guerrieri? Non partecipa egli ai disagi del campo?

— Sì, così vive Ara il bello; ma gli stranieri non hanno a vederlo che per mezzo allo sfolgorar delle spade. E se tu hai messaggi pel re, come di certo inventerai, per destreggiarti e cansare la croce, esci di inganno, tu non giungerai fino al re. Le gravi cose che ti girano per la fantasia, le dirai a più umile orecchio, al capitano degli arcieri di Zikartu.

— Ah, nulla a lui; tutto al re! — disse lo sconosciuto, con accento tranquillo. — Ma via; troppo abbiam ragionato di ciò; vediamo ora il vostro capitano, che certo sarà più umano di voi. —

La placida serenità del pellegrino cominciava ad impacciare i soldati. Eglino perciò non risposero verbo, e borbottando, quasi a scarico di coscienza, confuse minaccie tra' denti, si avviarono con esso lui alla tenda del capitano.

Il mite raggio di Sin gli illuminava in quel mezzo la fronte e la persona vestita di umili lane. Per fermo egli era innanzi cogli anni, ma nol faceano parere tant'oltre il portamento eretto e la carnagione olivigna, che conferiva alle fattezze sue regolari e grandiose alcun che della lucida rigidezza del bronzo. Lunghi, ma radi, i peli del mento; povero l'arco delle sopracciglia; donde avevano più lume i grandi occhi neri di smalto, dei quali ei si studiava dissimular la vivezza, tenendo, quanto più gli veniva fatto, socchiuse le palpebre. Non era un pellegrino mendico, lo aveva confessato egli stesso pur dianzi; ma certo molte altre cose egli celava di sè.

Giunto alla tenda del capitano, espose in breve ciò che già aveva detto agli arcieri; non esser egli ciò che il suo aspetto mostrava, ma neppure un esploratore nemico; gravi cose recava, e non poteva dirle che al re, lo conducessero a questi, che, se mentitore, lo avrebbe mandato a morte senz'altro. La sicurezza dei suoi modi e l'accennar che faceva ad alti segreti, poterono sull'animo del capitano più della naturale diffidenza. Laonde, comandato che gli bendassero gli occhi lo fece montare a cavallo e con buona scorta de' suoi uomini su per la via del fiume, condurre all'accampamento del re.

Già sorgeva l'aurora, tingendo di rosea luce le nevi eterne dei monti, allorquando l'infinito pellegrino giunse guidato da' suoi custodi, in mezzo alle colline di Ajotzor. Era tutto intorno un gaio spettacolo di tende d'ogni forma e colore, di cavalli condotti ad abbeverarsi nel fiume, di guerrieri in moto, di bagaglioni e di servi intenti alle cure del campo, di scudieri che forbivano armature, di trombettieri che davano allegramente nelle lor trombe di rame.

La tenda del re, sormontata da un'asta al cui sommo sventola una lunga e sottile striscia di porpora, era sul poggio più eminente della convalle. La cavalcata mosse a quella volta, e come fu giunta alla meta, si calò d'arcione il pellegrino e gli fu tolta la benda dagli occhi.

Parecchi ufficiali del re stavano a crocchio davanti alla tenda. Uno di costoro, alla vista del nuovo venuto, impallidì, torse lo sguardo e si allontanò chetamente. Era egli Bared, lo scudiero, il fedel servo del re.